Consenso informato

Il consenso al trattamento sanitario è presupposto di liceità dell’attività medica. Esso è da intendersi non quale atto di rinuncia del suo titolare, ma come atto di esercizio del diritto costituzionalmente garantito alla salute e alla libertà di autodeterminazione del soggetto rispetto alla propria sfera personale.

L’aggettivo informato introduce di fatto l’obbligo del medico di informare il paziente su tutti gli aspetti relativi alla sua salute e ai possibili trattamenti affinché questi possa aderire alla decisione clinica in modo consapevole. Porta inoltre con sé il concetto di comprensibilità e comprensione dell’informazione da parte di chi la riceve. Si ha, pertanto, un passaggio dalla concezione c.d. paternalistica dell’attività medica, al diritto di autodeterminarsi del singolo individuo.

L’attuale concezione di consenso informato – frutto anche delle numerose pronunce giurisprudenziali, sia in ambito civilistico che penalistico – è anche da intendersi nel suo risvolto negativo ossia come diritto a rifiutare talune terapie. Emblematico al riguardo è il caso dei Testimoni di Geova che per scelta religiosa si rifiutano di sottoporsi a trattamenti emotrasfusionali. Con questo il paziente Testimone non esprime la volontà di morire, ma di essere curato nel rispetto delle proprie convinzioni e valori.

Quando il paziente, correttamente informato delle conseguenze, rifiuta un dato trattamento, questo non può essere imposto coattivamente contro la volontà dell’interessato, nemmeno se si tratta di una terapia che il medico ritiene necessaria. Fino a questo punto, vi è in dottrina e giurisprudenza un consenso di fondo (cfr. Mantovani F., Biodiritto e problematiche di fine vita, Criminalia, 2006, p. 57 ss.; Ramacci F., Statuto giuridco del medico e garanzie del malato, Studi in onore di Giorgio Marinucci, Milano, 2006, p. 1707 s..

Il principio del consenso informato ha ispirato il legislatore italiano in materia sanitaria, fin dalla legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (art. 33, legge 23 dicembre 1978, n. 833 «gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono, di norma, volontari»), nonché lo stesso Codice deontologico dei medici. La normativa attuale è, quindi, rivolta a difendere il diritto di libertà e di autodeterminazione nelle scelte sanitarie, enunciato e garantito per un lungo periodo solo nella Carta Costituzionale. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione lega il principio del consenso al trattamento medico alla tutela dell’integrità della persona, integrità che costituisce un diritto sia rispetto alla dimensione fisica che a quella psichica.

Il principio della piena libertà di autodeterminazione del paziente è fatto proprio anche dal Codice Deontologico (art. 35), indipendentemente dalle conseguenze, anche letali, dell’eventuale dissenso, come del resto già postulato dal Comitato Nazionale per la Bioetica in riferimento al caso dei Testimoni di Geova (vedi parere del 20/06/1992):

“Un caso particolare è rappresentato dal paziente gravemente anemizzato per emorragia o per malattia ematologica che, pur essendo in pericolo di vita, rifiuti la trasfusione di sangue. Ciò accade principalmente in osservanza di un particolare credo religioso, come nel caso dei Testimoni di Geova. Nonostante la sofferenza del sanitario che vede morire il proprio assistito senza poter espletare l’atto terapeutico probabilmente risolutivo, egli deve ispirare il proprio comportamento all’art. 40 del Codice di deontologia medica (1990) quando afferma che «il medico è tenuto alla desistenza da qualsiasi atto diagnostico e terapeutico non essendo consentito alcun trattamento sanitario contro la volontà del paziente”.

 

Print Friendly