Giurisprudenza della Corte Costituzionale

corte costituzionaleLa principale norma costituzionale a tutela del diritto della persona ad autodeterminarsi è indubbiamente l’art. 32. Il tenore letterale del 1° co. dell’art. 32 Cost., nel configurare la salute come diritto dell’individuo prima e come interesse della collettività poi, lascia intendere una netta priorità della tutela del bene individuale, rispetto all’interesse della collettività che per il suo tramite si realizza. Tale conclusione è suffragata dalla constatazione che il nostro ordinamento costituzionale, nel rapporto tra l’interesse della collettività e l’interesse dell’individuo, attribuisce prevalenza a quest’ultimo.
La trasformazione del diritto alla salute in un dovere alla salute appare, altresì, inconciliabile, con il contenuto stesso dell’art. 32 Cost., il quale, nell’affermare espressamente la non obbligatorietà dei trattamenti sanitari, sancisce chiaramente criteri e limiti entro i quali, in via di eccezione, la tutela del bene salute può essere sottratta, per fini sociali, alla disponibilità del singolo. Da tale disposizione discende il pregiudiziale ed intangibile principio del necessario consenso del paziente al trattamento sanitario, caposaldo del nostro sistema giuridico, con l’unica eccezione dei trattamenti sanitari obbligatori.
Le norme costituzionali menzionate in questa pagina concorrono a delineare un sistema che prevede il diritto dell’individuo ad autodeterminarsi in ordine alle cure nelle sue diverse accezioni, senza distinzione, per quanto attiene alla tutela, tra aspetto positivo (consenso) e risvolto negativo (dissenso) dello stesso (in tal senso ROMBOLI, La libertà di disporre del proprio corpo: profili costituzionali, in Commentario Scialoja-Branca al c.c., Delle persone fisiche, sub art. 5, Bologna, 1988, p. 335 ss.). Si tratta di un diritto inviolabile (ex artt. 13 e 2 Cost.) che si identifica nella “libertà nella quale è postulata la sfera di esplicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo” (A. SANTOSUOSSO, Autodeterminazione e diritto alla salute: da compagni di viaggio a difficili conviventi, in Notizie di Politeia, 1997, 47-48), fino a lasciarsi morire.
Va posto in rilievo che, a fronte dell’affermazione, nell’art. 32 Cost., di tale diritto, in nessun luogo appare esplicitato un “dovere di vivere”, né in altro modo sembra potersi individuare nel “rischio di morte” (o di malattia) un limite negativo al criterio della volontarietà dei trattamenti sanitari, a meno che ciò comporti rischi per i terzi. Nessuna legge, v’è da aggiungere, prevede un trattamento sanitario obbligatorio nel caso in cui il rifiuto di cure implichi una rinunzia alla vita. Il diritto alla vita è certamente un diritto inviolabile ricompreso tra quelli cui fa riferimento l’art. 2 Cost., ma ciò vale anche per la libertà personale (dichiarata espressamente inviolabile anche dall’art. 13 Cost.. L’eventuale conflitto tra questi due beni non può risolversi a favore del primo ed a scapito del secondo solo in base ad una pretesa maggior rilevanza o intangibilità, in quanto, pur prendendo atto del valore fondamentale del bene vita, esso non è assolutamente incondizionato e non comparabile con alcun altro bene di rilievo costituzionale.

Il rifiuto di trattamenti sanitari quale declinazione del diritto di autodeterminazione:

Con queste ed altre sentenze sotto riportate la Corte Costituzionale ha chiarito, in particolare, che il diritto al rifiuto di trattamenti terapeutici è un diritto inviolabile della persona, immediatamente precettivo ed efficace nell’ambito del nostro ordinamento, rientrante tra i valori supremi che l’ordinamento giuridico tutela a favore dell’individuo, e soprattutto, non diversamente dal diritto alla vita. Di conseguenza la Corte ha anche chiarito la scala di priorità per l’armonizzazione di un tale diritto costituzionale (che non può quindi essere limitato da norme gerarchicamente inferiori come il noto art. 5 c.c.) con altri diritti, quale il diritto alla vita, nei confronti del quale non ha e non deve avere, nell’interpretazione del Giudice, una posizione subordinata, ma con cui concorre a costruire la matrice prima di ogni altro diritto della persona. In conclusione, dal quadro normativo delineato dalla Corte Costituzionale nel corso degli anni discende con chiarezza che l’individuo può rifiutare trattamenti medici e la sua volontà consapevole deve essere rispettata anche quando il rifiuto riguardi terapie salvavita. Tutto ciò vale non solo nel rapporto tra Stato e cittadini, ma anche tra privati, ovvero, tra il paziente ed il suo medico che dovrà attenersi alla volontà del malato come regola generale.

a)  88/1979Il bene a questa (alla salute) è tutelato dall’art. 32 della Costituzione non solo come interesse della collettività, ma anche e soprattutto come diritto fondamentale dell’individuo, sicché si configura come un diritto primario ed assoluto, pienamente operante anche nei rapporti tra privati. Esso certamente è da ricomprendere tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione”.

b)  184/1986La lettera del primo comma dell’art. 32 della Costituzione, che non a caso fa precedere il fondamentale diritto della persona umana alla salute all’interesse della collettività alla medesima, ed i precedenti giurisprudenziali, inducono a ritenere sicuramente superata l’originaria lettura in chiave esclusivamente pubblicistica del dettato costituzionale in materia…. la vigente Costituzione, garantendo principalmente valori personali … il riconoscimento del diritto alla salute come fondamentale diritto della persona umana. Se è vero che l’art. 32 della Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale del privato, e se è vero che tale diritto è primario e pienamente operante anche nei rapporti tra privati … La vigente Costituzione, garantendo principalmente valori personali, svela che l’art. 2043 del c.c. va posto soprattutto in correlazione agli artt. della Carta Fondamentale (che tutelano i predetti valori) e che pertanto va letto in modo idealmente idoneo a compensare il sacrificio che gli stessi valori subiscono a causa dell’illecito. L’art. 2043 c.c. correlato con l’art. 32 Cost., va necessariamente esteso fino a comprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma (esclusi, per le ragioni già indicate, i danni morali subiettivi) tutti i danni che, almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici dell’attività umana.

c)  161/1985per giurisprudenza costante, gli atti dispositivi del proprio corpo, quando rivolti alla tutela della salute, anche psichica, devono ritenersi leciti”,

Ritenendo così che l’intervento chirurgico di disposizione del proprio corpo, se effettuato in conformità al diritto alla salute enunciato nell’art. 32, Cost., intesa quest’ultima come equilibrio tra gli aspetti fisici e psichici della persona, è consentito, prevalendo il suindicato articolo della Costituzione sul divieto di cui all’art. 5 c.c.;

d) 307/1990 “Tale precetto nel primo comma definisce la salute come ‘fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività; nel secondo comma, sottopone i detti trattamenti a riserva di legge e fa salvi, anche rispetto alla legge, i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Da ciò si desume che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale. Ma si desume soprattutto che un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili”.

e) 471/1990Se tale diritto del soggetto all’accertamento di un proprio stato fisico, ai fini della corretta ed utile realizzazione della domanda di risarcimento, fosse misconosciuto, ne deriverebbe limitazione all’esercizio dell’onus probandi tale da ledere il diritto di azione di cui all’art. 24, primo comma, della Costituzione. 3. – Questa valutazione è altresì adeguata al valore costituzionale della inviolabilità della persona costruito, nel precetto di cui all’art. 13, primo comma, della Costituzione, come <libertà>, nella quale è postulata la sfera di esplicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo. La previsione di atti coercitivi di ispezione personale di cui all’art. 13, secondo comma, della Costituzione, eseguibili solo per provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge, non esclude a fortiori atti di accertamento preventivo, volontariamente richiesti dalla persona sul proprio corpo nell’ambito di un procedimento civile. Tale precetto costituzionale, proprio perché pone limiti all’esecuzione di misure concernenti l’ispezione personale, consente la praticabilità della via giurisdizionale per l’ammissione di atti di istruzione, anche preventiva, aventi ad oggetto la propria persona, beninteso sempre nel rispetto di modalità compatibili con la dignità della figura umana, come richiamato in Costituzione all’art. 32, secondo comma”;

Definisce per la prima volta la libertà per ognuno di disporre del proprio corpo come di un postulato della libertà personale inviolabile di cui parla la Costituzione all’art. 13. In questo modo la libertà di autodeterminazione in ordine ad atti che coinvolgono il proprio corpo va finalmente a radicarsi nel principio della libertà personale. Più in generale la tutela dei diritti della personalità, inclusa tra i diritti inviolabili dell’uomo come singolo e nelle formazioni sociali (art. 2 Cost.) ha indotto la Corte Costituzionale a ritenere che la scelta libera, anche attuata attraverso atti di disposizione del proprio corpo, costituisca un diritto assoluto di libertà garantito dalla Costituzione

f)  218/1994 Gli accertamenti che, comprendendo prelievi ed analisi, costituiscono ‘trattamenti sanitari’’ nel senso indicato dall’art. 32 della Costituzione, possono essere legittimamente richiesti solo in necessitata correlazione con l’esigenza di tutelare la salute dei terzi (o della collettività generale). Essi si giustificano, quindi, nell’ambito delle misure indispensabili per assicurare questa tutela e trovano un limite non valicabile nel rispetto della dignità della persona che vi può essere sottoposta. In quest’ambito il rispetto della persona esige l’efficace protezione della riservatezza, necessaria anche per contrastare il rischio di emarginazione nella vita lavorativa e di relazione”.

g) 258/1994Al riguardo si è avuto anche di recente occasione di ribadire come la norma del citato art. 32 postuli il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto negativo di non assoggettabilità a trattamenti sanitari non richiesti od accettati) con il coesistente e reciproco diritto di ciascun individuo (sent. 1994 n.218 ) e con la salute della collettività (sent. 1990 n.307); nonché, nel caso in particolare di vaccinazioni obbligatorie, ‘con l’interesse del bambino’, che esige ‘tutela anche nei confronti dei genitori che non adempiono ai compiti inerenti alla cura del minore’ (sent. 132/1992). Su questa linea si è ulteriormente precisato che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 Cost. ‘se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale (cfr. sent. 1990 n. 307); se vi sia’ la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili’ (ivi); se nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio – ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica – sia prevista comunque la corresponsione di una ‘equa indennità’ in favore del danneggiato (cfr. sent. 307 cit. e v. ora l. 210/1992). E ciò a prescindere dalla parallela tutela risarcitoria, la quale ‘trova applicazione tutte le volte che le concrete forme di attuazione della legge impositiva del trattamento o di esecuzione materiale di esso non siano accompagnate dalle cautele o condotte secondo le modalità che lo stato delle conoscenze scientifiche e l’arte prescrivono in relazione alla sua natura’ (sulla base dei titoli soggettivi di imputazione e con gli effetti risarcitori pieni previsti dall’art. 2043 c.c.: sent. n. 307/1990 cit. 5. In questo quadro di riferimento, le ordinanze di rimessione privilegiano evidentemente il profilo individuale di tutela della salute con considerazioni volte a sottolineare la necessità che il soggetto vaccinando sia messo quanto più possibile al riparo dai rischi di complicanze da vaccino.”

h)  118/1996La disciplina costituzionale della salute comprende due lati, individuale e soggettivo l’uno (la salute come ‘fondamentale diritto dell’individuo’), sociale e oggettivo l’altro (la salute come ‘interesse della collettività’). Talora l’uno può entrare in conflitto con l’altro, secondo un’eventualità presente nei rapporti tra il tutto e le parti. In particolare – questo è il caso che qui rileva – può accadere che il perseguimento dell’interesse alla salute della collettività, attraverso trattamenti sanitari, come le vaccinazioni obbligatorie, pregiudichi il diritto individuale alla salute, quando tali trattamenti comportino, per la salute di quanti ad essi devono sottostare, conseguenze indesiderate, pregiudizievoli oltre il limite del normalmente tollerabile. Tali trattamenti sono leciti, per testuale previsione dell’art. 32, secondo comma, della Costituzione, il quale li assoggetta ad una riserva di legge, qualificata dal necessario rispetto della persona umana e ulteriormente specificata da questa Corte, nella sentenza n. 258 del 1994, con l’esigenza che si prevedano ad opera del legislatore tutte le cautele preventive possibili, atte a evitare il rischio di complicanze. … In quell’occasione la Corte costituzionale ha affermato che il rilievo dalla Costituzione attribuito alla salute in quanto interesse della collettività, se è normalmente idoneo da solo a ‘giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale’, cioè a escludere la facoltà di sottrarsi alla misura obbligatoria (si veda, altresì la sentenza n. 258 del 1994), non lo è invece quando possano derivare conseguenze dannose per il diritto individuale alla salute. Impregiudicato qui il problema del rilievo da riconoscersi all’obiezione di coscienza nei confronti dei trattamenti medicali, in nome del dovere di solidarietà verso gli altri è possibile che chi ha da essere sottoposto al trattamento sanitario (o, come nel caso della vaccinazione antipoliomielitica che si pratica nei primi mesi di vita, chi esercita la potestà di genitore o la tutela) sia privato della facoltà di decidere liberamente. Ma nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri. La coesistenza tra la dimensione individuale e quella collettiva della disciplina costituzionale della salute nonché il dovere di solidarietà che lega il singolo alla collettività, ma anche la collettività al singolo, impongono che si predisponga, per quanti abbiano ricevuto un danno alla salute dall’aver ottemperato all’obbligo del trattamento sanitario, una specifica misura di sostegno consistente in un equo ristoro del danno”.

i)  238/1996 la stessa Corte ha escluso in modo perentorio che una persona possa essere costretta a un intervento sanitario indesiderato se manca una norma che esplicitamente lo consente. La Corte fonda la sua decisione ancora una volta sulla libertà personale: “3. — La questione è fondata. 3.1. — La prima verifica richiesta dall’ordinanza di rimessione è quella della compatibilità del contenuto precettivo così enucleato dall’art. 224, comma 2, del codice di procedura penale con la prescrizione espressa dal primo parametro evocato (art. 13, secondo comma, della Costituzione), il quale assoggetta ogni restrizione della libertà personale, tra cui nominatamente la detenzione, l’ispezione e la perquisizione personale, ad una duplice garanzia: la riserva di legge (essendo tali misure coercitive possibili ‘nei soli casi e modi previsti dalla legge’) e la riserva di giurisdizione (richiedendosi l’’atto motivato dell’autorità giudiziaria’); e così appronta una tutela che è centrale nel disegno costituzionale, avendo ad oggetto un diritto inviolabile, quello della libertà personale, rientrante tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell’individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita ed all’integrità fisica, con il quale concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona.

j) 257/1996 Né l’ammissione dell’accertamento sul proprio corpo, non basato su atti coercitivi bensì volontariamente richiesto dalla persona, configura in alcun modo una lesione della libertà personale, la cui inviolabilità è garantita dall’art. 13 della Costituzione”.

k) 27/19974.1. – Questa Corte, con la sentenza 307 del 1990 ha riconosciuto che, se il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività (art. 32 della Costituzione) giustifica l’imposizione per legge di trattamenti sanitari obbligatori, esso non postula il sacrificio della salute individuale a quella collettiva. Cosicché, ove tali trattamenti obbligatori comportino il rischio di conseguenze negative sulla salute di chi a essi è stato sottoposto, il dovere di solidarietà previsto dall’art. 2 della Costituzione impone alla collettività, e per essa allo Stato, di predisporre in suo favore i mezzi di una protezione specifica consistente in una ‘equa indennità’, fermo restando, ove se ne realizzino i presupposti, il diritto al risarcimento del danno.

l) 226/2000 “Ciò che conta è l’esistenza di un interesse pubblico di promozione della salute collettiva tramite il trattamento sanitario, il quale, per conseguenza, viene (e può essere) dalla legge assunto ad oggetto di obbligo legale. La giurisprudenza costituzionale alla quale il giudice rimettente si riferisce è ferma nell’individuare per l’appunto in questo interesse – una volta assunto dal legislatore a ragione dell’imposizione di un trattamento sanitario obbligatorio o di una politica incentivante – il fondamento dell’obbligo generale di solidarietà nei confronti di quanti, sottomettendosi al trattamento, vengono a soffrire di un pregiudizio alla loro salute. E’ dunque l’interesse collettivo alla salute la ragione determinante del diritto all’indennizzo.”

m) 38/2002Le citate disposizioni costituzionali escludono, ad avviso del giudice a quo, che la collettività possa richiedere all’individuo di esporre a rischio la propria salute senza farsi carico delle eventuali conseguenze negative: pur prevedendo trattamenti sanitari imposti per legge a beneficio dell’interesse collettivo alla salute, l’art. 32 della Costituzione «non postula il sacrificio della salute individuale a quella collettiva». Ne consegue che, a fronte dell’assunzione da parte del singolo del rischio di lesioni alla salute, l’art. 2 della Costituzione impone allo Stato di corrispondere, nel caso che l’evento dannoso si produca, «una protezione specifica consistente in una ‘equa indennità’”.

n) 282/2002La pratica terapeutica si pone, come già si é accennato, all’incrocio fra due diritti fondamentali della persona malata: quello ad essere curato efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica; e quello ad essere rispettato come persona, e in particolare nella propria integrità fisica e psichica, diritto questo che l’art. 32, comma 2, secondo periodo, Cost. pone come limite invalicabile anche ai trattamenti sanitari che possono essere imposti per legge come obbligatori a tutela della salute pubblica. Questi diritti, e il confine fra i medesimi, devono sempre essere rispettati, e a presidiarne l’osservanza in concreto valgono gli ordinari rimedi apprestati dall’ordinamento, nonché i poteri di vigilanza sull’osservanza delle regole di deontologia professionale, attribuiti agli organi della professione. Salvo che entrino in gioco altri diritti o doveri costituzionali, non é, di norma, il legislatore a poter stabilire direttamente e specificamente quali siano le pratiche terapeutiche ammesse, con quali limiti e a quali condizioni. Poiché la pratica dell’arte medica si fonda sulle acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione, la regola di fondo in questa materia é costituita dalla autonomia e dalla responsabilità del medico che, sempre con il consenso del paziente, opera le scelte professionali basandosi sullo stato delle conoscenze a disposizione. Autonomia del medico nelle sue scelte professionali e obbligo di tener conto dello stato delle evidenze scientifiche e sperimentali, sotto la propria responsabilità, configurano dunque un altro punto di incrocio dei principi di questa materia. A questi principi si riconduce anche il codice di deontologia medica (3 ottobre 1998), che l’organismo nazionale rappresentativo della professione medica si é dato come ‘corpus di regole di autodisciplina predeterminate dalla professione, vincolanti per gli iscritti all’Ordine che a quelle norme devono quindi adeguare la loro condotta professionale’. Come afferma l’art. 12 (Prescrizione e trattamento terapeutico) di tale codice, ‘al medico é riconosciuta piena autonomia nella programmazione, nella scelta e nella applicazione di ogni presidio diagnostico e terapeutico (…), fatta salva la libertà del paziente di rifiutarle e di assumersi la responsabilità del rifiuto stesso; ma ‘le prescrizioni e i trattamenti devono essere ispirati ad aggiornate e sperimentate acquisizioni scientifiche (…), sempre perseguendo il beneficio del paziente’; e ‘il medico é tenuto ad una adeguata conoscenza (…) delle caratteristiche di impiego dei mezzi terapeutici e deve adeguare, nell’interesse del paziente, le sue decisioni ai dati scientifici accreditati e alle evidenze metodologicamente fondate’, mentre ‘sono vietate l’adozione e la diffusione di terapie e di presidi diagnostici non provati scientificamente o non supportati da adeguata sperimentazione e documentazione clinico-scientifica, nonchè di terapie segrete’.

o) 338/20035.– Le questioni sono fondate. 5.1.– Questa Corte ha già avuto modo di stabilire, nella sentenza n. 282 del 2002, relativa ad una legge regionale delle Marche (che sospendeva, nel territorio regionale, l’applicazione della TEC, della lobotomia e di altri simili interventi di psicochirurgia), che scelte legislative dirette a limitare o vietare il ricorso a determinate terapie – la cui adozione ricade in linea di principio nell’ambito dell’autonomia e della responsabilità dei medici, tenuti ad operare col consenso informato del paziente e basandosi sullo stato delle conoscenze tecnico-scientifiche a disposizione – non sono ammissibili ove nascano da pure valutazioni di discrezionalità politica, e non prevedano “l’elaborazione di indirizzi fondati sulla verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e delle evidenze sperimentali acquisite, tramite istituzioni e organismi – di norma nazionali o sovranazionali – a ciò deputati’, né costituiscano ‘il risultato di una siffatta verifica’. Si può ora aggiungere che stabilire il confine fra terapie ammesse e terapie non ammesse, sulla base delle acquisizioni scientifiche e sperimentali, è determinazione che investe direttamente e necessariamente i principi fondamentali della materia, collocandosi ‘all’incrocio fra due diritti fondamentali della persona malata: quello ad essere curato efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica; e quello ad essere rispettato come persona, e in particolare nella propria integrità fisica e psichica’ (sentenza n. 282 del 2002), diritti la cui tutela non può non darsi in condizioni di fondamentale eguaglianza su tutto il territorio nazionale. Da ciò discende che interventi legislativi regionali, posti in essere nell’esercizio di una competenza legislativa concorrente, come quella di cui le Regioni godono in materia di tutela della salute (art. 117, terzo comma, Cost.), sono costituzionalmente illegittimi ove pretendano di incidere direttamente sul merito delle scelte terapeutiche in assenza di – o in difformità da – determinazioni assunte a livello nazionale, e quindi introducendo una disciplina differenziata, su questo punto, per una singola Regione”.

p)  438/2008: “Al riguardo, occorre rilevare che il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, si configura quale vero e proprio diritto della persona e trova fondamento nei principi espressi nell’art. 2 della Costituzione, che ne tutela e promuove i diritti fondamentali, e negli artt. 13 e 32 della Costituzione, i quali stabiliscono, rispettivamente, che ‘la libertà personale è inviolabile’, e che ‘nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge’. Numerose norme internazionali, del resto, prevedono la necessità del consenso informato del paziente nell’ambito dei trattamenti medici. […] L’art. 5 della Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina, firmata ad Oviedo il 4 aprile 1997, ratificata dall’Italia con legge 28 marzo 2001, n. 145 (seppure ancora non risulta depositato lo strumento di ratifica), prevede che ‘un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso libero ed informato’; l’art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, sancisce, poi, che ‘ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica’ e che nell’ambito della medicina e della biologia deve essere in particolare rispettato, tra gli altri, ‘il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge’. La necessità che il paziente sia posto in condizione di conoscere il percorso terapeutico si evince, altresì, da diverse leggi nazionali che disciplinano specifiche attività mediche: ad esempio, dall’art. 3 della legge 21 ottobre 2005, n. 219 (Nuova disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati), dall’art. 6 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nonché dall’art. 33 della legge 23 dicembre 1978, n. 833 (Istituzione del servizio sanitario nazionale), il quale prevede che le cure sono di norma volontarie e nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario se ciò non è previsto da una legge. La circostanza che il consenso informato trova il suo fondamento negli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute, in quanto, se è vero che ogni individuo ha il diritto di essere curato, egli ha, altresì, il diritto di ricevere le opportune informazioni in ordine alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico cui può essere sottoposto, nonché delle eventuali terapie alternative; informazioni che devono essere le più esaurienti possibili, proprio al fine di garantire la libera e consapevole scelta da parte del paziente e, quindi, la sua stessa libertà personale, conformemente all’art. 32, secondo comma, della Costituzione”.

 

 

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