Giurisprudenza: Corte di Cassazione e Tribunali

In questa pagina sono presentate una serie di sentenze della Corte di Cassazione (sezione civile e penale) e di tribunali ordinari (di primo o secondo grado) che attengono alla disciplina del consenso informato con speciale riguardo al rifiuto di terapie o trattamenti non accettati per motivi di natura religiosa. Il caso di scuola, che è poi quello a cui maggiormente si fa menzione, è quello dei Testimoni di Geova.

1. Giurisprudenza della Corte di Cassazione

2. Tribunali ordinari di primo e secondo grado

1. Giurisprudenza della Corte di Cassazione

Corte di Cassazione nella sentenza n. 3122/2002 (CASO VOLTERRANI) ha affermato che il “consenso dell’avente diritto, è disciplinato dall’art. 50 c.p., che pone un limite invalicabile alla sua efficacia, precisando che deve trattarsi di diritti dei quali la persona può validamente disporre. In questa categoria la tradizione etica giuridica della cultura occidentale colloca sicuramente i diritti personalissimi: alla vita, all’integrità personale, all’onore, ecc. … La volontà del soggetto interessato  in ambito giuridico e penalistico in particolare, svolge un ruolo decisivo soltanto quando sia eventualmente espressa in forma negativa. … in presenza di una determinazione autentica e genuina [il medico] non può che fermarsi, ancorché l’omissione dell’intervento terapeutico possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell’infermo e, persino, la sua morte … il medico che abbia adempiuto il suo obbligo morale e professionale di mettere in grado il paziente di compiere la sua scelta ed abbia anche verificato la libertà della scelta medesima, non può essere chiamato a rispondere di nulla, giacché di fronte ad un comportamento nel quale si manifesta l’esercizio di un vero e proprio diritto, la sua astensione da qualsiasi iniziativa di segno contrario diviene doverosa, potendo diversamente configurare a suo carico persino gli estremi di un reato (art. 610). …

in una società ispirata al rispetto ed alla tutela della persona umana, portatrice di un patrimonio culturale e spirituale prezioso per l’intera collettività, non possa non darsi assoluta prevalenza al valore sociale dell’individuoe ritenendo che devono essere posti al centro della tutela giuridica i suoi diritti fondamentali, tra cui anche quello promanante dal secondo comma dell’art. 32, Cost. in ragione del quale la Corte afferma che “la volontà del soggetto interessato in ambito giuridico e penalistico in particolare, svolge un ruolo decisivo soltanto quando sia eventualmente espressa in forma negativa”In questo caso, in presenza di una determinazione autentica e genuina [il medico] non può che fermarsi, ancorché l’omissione dell’intervento terapeutico possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell’infermo e, persino, la sua morte …” Quindi “il medico che abbia adempiuto il suo obbligo morale e professionale di mettere in grado il paziente di compiere la sua scelta ed abbia anche verificato la libertà della scelta medesima, non può essere chiamato a rispondere di nulla, giacché di fronte ad un comportamento nel quale si manifesta l’esercizio di un vero e proprio diritto, la sua astensione da qualsiasi iniziativa di segno contrario diviene doverosa, potendo diversamente configurare a suo carico persino gli estremi di un reato (art. 610)…”

(cfr. anche Cass.  5639/1992, Cass. 585/2001 (Barese), Cass. 731/2001).

Cassazione Civile, Sez. III, n. 14638/2004, (riportata anche nella recente ordinanza del Tribunale di Roma, I Sez. Civ., n. 78586/2006, del giudice Angela Salvio caso Welby), sostiene il principio che ritiene scriminato dal consenso informato del paziente, prestato prima dell’anestesia tutte le attività mediche, i trattamenti ed i rischi prevedibili al momento della prestazione del consenso, che siano stati preventivamente illustrati al paziente e volontariamente accettati.

Osserva preliminarmente questa Corte che nel contratto di prestazione d’opera intellettuale tra il chirurgo ed il paziente, il professionista anche quando l’oggetto della sua prestazione sia solo di mezzi, e non di risultato, ha il dovere di informare il paziente sulla natura dell’intervento, sulla portata ed estensione dei suoi risultati e sulle possibilità e probabilità dei risultati conseguibili, sia perché violerebbe, in mancanza, il dovere di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto ( art. 1337 c.c.) sia perché tale informazione è condizione indispensabile per la validità del consenso, che deve essere consapevole, al trattamento terapeutico e chirurgico, senza del quale l’intervento sarebbe impedito al chirurgo tanto dall’art. 32 comma 2 della Costituzione, a norma del quale nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, quanto dall’art. 13 cost., che garantisce l’inviolabilità della libertà personale con riferimento anche alla libertà di salvaguardia della propria salute e della propria integrità fisica, e dall’art. 33 della l. 23 dicembre 1978 n. 833, che esclude la possibilità di accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente se questo è in grado di prestarlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità( art. 54 c.p.) (Cass. 25/11/1994, n. 10014; Cass. 24/09/1997, n. 9374; Cass. 15/01/1997, n. 364; Cass. 16/05/2000, n. 6318).

La responsabilità e i doveri del medico non riguardano solo l’attività propria e dell’eventuale “equipe”, che a lui risponda, ma si estende allo stato di efficienza e al livello di dotazioni della struttura sanitaria in cui presta la sua attività, e si traduce in un ulteriore dovere di informazione del paziente. Il consenso informato – personale del paziente o di un proprio familiare – in vista di un intervento chirurgico o di altra terapia specialistica o accertamento diagnostico invasivi, non riguardano soltanto i rischi oggettivi e tecnici in relazione alla situazione soggettiva e allo stato dell’arte della disciplina, ma riguardano anche la concreta, magari momentaneamente carente situazione ospedaliera, in rapporto alle dotazioni e alle attrezzature, e al loro regolare funzionamento,in modo che il paziente possa non soltanto decidere se sottoporsi o meno all’intervento, ma anche se farlo in quella struttura ovvero chiedere di trasferirsi in un’altra.

Cassazione, I Sez. Civile, n. 21748, depositata il 16 ottobre 2007 (caso Englaro), nella quale si afferma che “Deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita. … Lo si ricava dallo stesso testo dell’art. 32 della Costituzione, per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge, sempre che il provvedimento che li impone sia volto ad impedire che la salute del singolo possa arrecare danno alla salute degli altri e che l’intervento previsto non danneggi, ma sia anzi utile alla salute di chi vi è sottoposto (Corte cost., sentenze n. 258 del 1994 e n. 118 del 1996). Soltanto in questi limiti è costituzionalmente corretto ammettere limitazioni al diritto del singolo alla salute, il quale, come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire”;

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Cassazione sentenza nr. 38852/2005 (caso Da Re) aveva affermato “… ritiene questo Collegio che, nella specie, come esattamente ritenuto dal giudice del merito, alcuna colpa per omissione sia attribuibile al Da Re (medico), e di conseguenza non sussista nesso di causalità tra la condotta da lui tenuta e l’evento letale. … Indubbiamente quanto più è elevato il rischio che la malattia degeneri in un evento grave, tanto più il medico deve sia prospettare con chiarezza la situazione di pericolo al paziente ed insistere affinché egli si sottoponga alle cure adeguate, ma, come esattamente rilevato dal giudice di primo grado, tale insistenza non può sfociare in una azione impositiva contro la volontà della persona ammalata. … Ma, al rifiuto opposto da quest’ultimo, dopo un prolungato tentativo di convincimento, solo un’azione violenta, nel senso di caricarlo a forza contro la sua volontà nell’autoambulanza ovvero nell’autovettura, avrebbe sortito l’effetto richiesto, e certamente, pur versando in pericolo di vita, il trattamento terapeutico, e, ancor meno, le modalità di trasporto, non potevano essere imposte contro la volontà del paziente. Ne consegue che l’attribuire all’imputato l’omessa continuità assistenziale non trova alcun riscontro negli accertamenti istruttori riportati nella sentenza impugnata, ne la condotta suddescritta è contestata dal ricorrente, ma solo ritenuta insufficiente, mentre e’ logica la conclusione del GUP, secondo la quale il D.R. ha fatto tutto il possibile per assistere, nella sua qualità di medico di base, il C

Cassazione sentenza nr. 11335/2008 i giudici della IV Sez. Penale della Cassazione hanno affermato che “il consenso informato ha come contenuto concreto, la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutta le fasi della vita, anche in quella terminale (v. Cass. civ. Sez. III, 4 ottobre 2007, n. 21748). Tale conclusione, (per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge), sta a significare che il criterio di disciplina della relazione medico malato è quella della libera disponibilità del bene salute da parte del paziente in possesso delle capacità intellettive e volitive, secondo una totale autonomia di scelta che può comportare il sacrificio del bene stesso della vita e che deve essere sempre rispettata dal sanitario.

Cassazione penale, 30 settembre 2008, n. 37077 – secondo cui “…non è discutibile che l’attività medico – chirurgica, per essere legittima, presuppone il “consenso” del paziente, che non si identifica con quello di cui all’art. 50 c.p., ma costituisce un presupposto di liceità del trattamento: infatti, il medico, di regola ed al di fuori di taluni casi eccezionali (allorché il paziente non sia in grado per le sue condizioni di prestare un qualsiasi consenso o dissenso, ovvero, più in generale, ove sussistano le condizioni dello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p.), non può intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente. In questa prospettiva, il “consenso”, per legittimare il trattamento terapeutico, deve essere “informato”, cioè espresso a seguito di una informazione completa, da parte del medico, dei possibili effetti negativi della terapia o dell’intervento chirurgico, con le possibili controindicazioni e l’indicazione della gravità degli effetti del trattamento. Il consenso informato, infatti, ha come contenuto concreto la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale.Tale conclusione, fondata sul rispetto del diritto del singolo alla salute, tutelato dall’art. 32 Cost., (per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge), sta a significare che il criterio di disciplina della relazione medico – malato è quello della libera disponibilità del bene salute da parte del paziente in possesso delle capacità intellettive e volitive, secondo una totale autonomia di scelte che può comportare il sacrificio del bene stesso della vita e che deve essere sempre rispettata dal sanitario“.

S.U. Cass. 2437/09 del 21 gennaio 2009 laddove il medico sottoponga il paziente ad un trattamento chirurgico diverso da quello in relazione al quale era stato prestato il consenso informato, e tale intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis, si sia concluso con esito fausto, nel senso che dall’intervento stesso è derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute, in riferimento, anche alle eventuali alternative ipotizzabili, e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte del paziente medesimo, tale condotta è priva di rilevanza penale

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Rifrimenti a sentenze con relativa fonte di commento dottrinale:

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 25 luglio 1967, n. 1950, in Giustizia civile, 1967, I, pp. 1772-3: “La dottrina ha giustamente messo in luce il dovere professionale del medico, il quale intenda eseguire, sul corpo del paziente, un rischioso intervento, tale da porne a serio pericolo la vita o l’incolumità fisica, di renderlo di ciò edotto affinché questi, ch’è il solo arbitro di una decisione attinente alla propria vita e alla propria incolumità fisica, possa validamente, cioè consapevolmente, prestare consenso al trattamento sanitario prospettatogli. La giustezza di tale opinione appare ovvia, ove si consideri che la vita e l’incolumità fisica costituiscono un retaggio così geloso e sacro della persona umana, che essa sola può disporne, nella sfera inviolabile (art. 13 Cost.) della propria libertà personale; onde è da escludere che il medico, nell’esercizio pur nobilissimo della professione sanitaria, possa, a suo libito, attentare ai sommi beni della vita e dell’incolumità fisica, senza che il suo intervento sia stato legittimato da un valido consenso del loro titolare. Alla regola del consenso del paziente, quale necessario presupposto giustificativo di ogni trattamento medico o chirurgico, suscettibile di porne a grave pericolo la vita o l’incolumità fisica, si fa logicamente eccezione secondo l’opinione dominante (eccezione, che peraltro, come si dirà, non rientra nella fattispecie), in situazioni estreme, nelle quali l’intervento del sanitario, qualunque possa esserne l’esito, si palesi necessario ed urgente, laddove in situazioni del genere, il paziente neppure si trova in grado di esprimere una cosciente volontà, favorevole o contraria all’intervento stesso”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 6 dicembre 1968, n. 3906, in Giustizia civile Massimario, 1968, pp. 2051-2.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 18 giugno 1975, n. 2439, in La settimana giuridica, 1975, nn. 1-2, pp. 1342-3: “Tranne il caso di situazioni estreme nelle quali l’intervento del sanitario, qualunque possa esserne l’esito, si palesi necessario ed urgente ed il paziente non si trovi neppure in grado di esprimere una cosciente volontà favorevole o contraria, il medico, il quale intenda eseguire sul corpo del paziente un rischioso intervento, tale da porne in serio pericolo la vita o l’incolumità fisica, ha il dovere professionale di renderlo di ciò edotto, affinché questi possa validamente, cioè consapevolmente, prestare consenso al trattamento sanitario prospettatogli”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 29 marzo 1976, n. 1132, in Giurisprudenza italiana, 1977, I, coll. 1980-90: “Comunque, come questa Suprema Corte ha già affermato, tranne il caso di situazioni estreme nelle quali l’intervento del sanitario, qualunque possa esserne l’esito, si palesi necessario ed urgente ed il paziente non si trovi neppure in grado di esprimere una cosciente volontà favorevole o contraria, il medico, il quale intenda eseguire sul corpo del paziente un rischioso intervento, tale da porne in serio pericolo la vita o l’incolumità fisica, ha il dovere professionale di renderlo di ciò edotto, affinché questi possa validamente, cioè consapevolmente, prestare consenso al trattamento sanitario prospettatogli”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 26 marzo 1981, n. 1773, in Archivio civile, 1981, pp. 544-5.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 12 giugno 1982, n. 3604, in Archivio civile, 1982, pp. 1124-5.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 6 giugno 1994, n. 10014, in La nuova giurisprudenza civile commentata, 1995, I, pp. 937-50.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. II Civ., 8 agosto 1985, n. 4394, in Il Foro italiano, 1986, I, coll. 121-8.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 30 aprile 1996, n. 364, in Guida al Diritto, supplemento n. 5 del Sole-24 Ore, 8 febbraio 1997; Il Foro italiano, marzo 1997, I, coll. 771-82; Responsabilità civile e previdenza, marzo-giugno 1997, pp. 374-93; Il diritto ecclesiastico, aprile-giugno 1997, II, pp. 121-3; Giustizia civile, 1997, pp. 1586-90; La nuova giurisprudenza civile commentata, luglio-agosto 1997, pp. 573-83; Danno e Responsabilità, 1997, n. 2, pp. 178-83: “La necessità del consenso . . . si evince, in generale, dall’art. 13 della Costituzione, il quale sancisce l’inviolabilità della libertà personale – nel cui ambito deve ritenersi compresa la libertà di salvaguardare la propria salute e la propria integrità fisica – escludendone ogni restrizione, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e con le modalità previsti dalla legge. Per l’art. 32 c. 2° della Costituzione, soprattutto, ‘nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge’, la quale ‘non può, in ogni caso, violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’ (in attuazione di tali principi la L. 13 maggio 1978, n. 180, sulla riforma dei manicomi, ha stabilito che ‘gli accertamenti e trattamenti sanitari sono volontari’, salvi i casi espressamente previsti; l’art. 33 della L. 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del servizio sanitario nazionale, ha quindi ribadito, più in generale che ‘gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono, di norma, volontari’”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 24 settembre 1997, n. 9374, in Rivista italiana di medicina legale, luglio-ottobre 1998, pp. 821-30; Responsabilità civile e previdenza, 1998, pp. 78-85.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 6 ottobre 1997, n. 9705, in Rivista italiana di medicina legale, maggio-giugno 1998, pp. 585-6.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 15 febbraio-23 maggio 2001, n. 7027.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. I Pen., 29 maggio-11 luglio 2002, n. 3122, in Rivista penale, settembre 2002, pp. 751-5; Rivista italiana di medicina legale, marzo-aprile 2003, pp. 395-402; Rivista italiana di diritto e procedura penale, gennaio-giugno 2003, pp. 604-15: “Il medico non può ‘manomettere’ l’integrità fisica del paziente, quale si presenta attualmente, quando questi abbia espresso il suo dissenso, perché ciò sarebbe, oltre tutto, in contrasto anche con il principio personalistico espressamente accolto dall’art. 2 della Carta costituzionale, ma chiaramente emergente da una serie di altre disposizioni della legge fondamentale . . . il medico che abbia adempiuto il suo obbligo morale e professionale di mettere in grado il paziente di compiere la sua scelta e abbia anche verificato la libertà della scelta medesima, non può essere chiamato a rispondere di nulla, giacché di fronte a un comportamento nel quale si manifesta l’esercizio di un vero e proprio diritto, la sua astensione da qualsiasi iniziativa di segno contrario diviene doverosa, potendo, diversamente, configurarsi a suo carico persino gli estremi di un reato (art. 610 c.p.)”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 30 luglio 2004, n. 14638 (in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, dicembre 2005, p. 1047).

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 1° dicembre 2005, n. 5444.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. IV Pen., 4 luglio-21 ottobre 2005, n. 38852 (in Rivista italiana di medicina legale, marzo-aprile 2006, pp. 395-9): “E certamente, pur versando in pericolo di vita, il trattamento terapeutico e, ancor meno, le modalità del trasporto, non potevano essere imposte contro la volontà del paziente”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. I Civ., 4-16 ottobre 2007, n. 21748 (in Famiglia e diritto, n. 2, 2008, pp. 129-36; in Danno e responsabilità, n. 4, 2008, pp. 421-32; in Rivista italiana di medicina legale, n. 1, 2008, pp. 271-94): Questa recentissima sentenza sul noto caso della giovane E. E., da oltre 15 anni in stato di coma vegetativo irreversibile, contiene dichiarazioni estremamente chiare e perentorie sul principio del consenso informato. Dopo aver citato le norme costituzionali, della legislazione ordinaria e altre fonti nazionali ed extranazionali, la decisione precisa: “Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale […] Deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita […] c’è, prima ancora, il dovere di verificare che quel rifiuto sia informato, autentico ed attuale. Ma allorché il rifiuto abbia tali connotati non c’è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico. Lo si ricava dallo stesso testo dell’art. 32 della Costituzione […] la responsabilità del medico per omessa cura sussiste in quanto esista per il medesimo l’obbligo giuridico di praticare o continuare la terapia e cessa quando tale obbligo viene meno: e l’obbligo, fondandosi sul consenso del malato, cessa – insorgendo il dovere giuridico del medico di rispettare la volontà del paziente contraria alle cure – quando il consenso viene meno in seguito al rifiuto delle terapie da parte di costui. Tale orientamento, prevalente negli indirizzi della dottrina, anche costituzionalistica, è già presente nella giurisprudenza di questa Corte”. Riferendosi alla ricostruzione della presunta volontà del paziente adulto e incosciente, la sentenza precisa che tale ricostruzione deve tenere conto “dei desideri da lui espressi prima della perdita della coscienza, ovvero inferendo quella volontà dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche”.

Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civ., 22 maggio – 15 settembre 2008, n. 23676 (caso M. Grassato, in Corriere Giuridico, 2008, n. 12, pp. 1671-3).

Corte Suprema di Cassazione, Sez. V Pen., 13 maggio 1992, n. 5639, in Il diritto di famiglia e delle persone, ottobre-dicembre 1992, pp. 1007-16; Rivista penale, 1993, pp. 42-4: “Correttamente, la Corte di Firenze segnala il principio del libero consenso, a cui ogni regola in tema di trattamento terapeutico deve soggiacere ancor che rimessa alla valutazione della coscienza del medico, ispirata che sia alle migliori leges artis, e che è consolidato nella elaborazione giurisprudenziale, e rettamente definisce la condotta del M. un atto solo formalmente terapeutico e sostanzialmente illecito. Nella specie, soltanto il consenso, manifestazione della volontà di disporre del proprio corpo, può escludere in concreto l’antigiuridicità del fatto e rendere questo legittimo. . . . E si deve ritenere che, se il trattamento non consentito ha uno scopo terapeutico e l’esito sia favorevole, il reato di lesioni sussiste, non potendosi ignorare il diritto di ognuno di privilegiare il proprio stato attuale (art. 32, comma secondo Cost.), e che a fortiori il reato sussiste ove l’esito sia sfavorevole”.

È significativo anche ciò che ha detto la Commissione medica del Consiglio dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Firenze nel deliberare, in data 24 novembre 1992, la radiazione dall’albo professionale del suddetto chirurgo, in seguito alla sua condanna in via definitiva, per “gravissima violazione” dell’art. 39 del Codice deontologico allora vigente. La deliberazione, pubblicata sulla Rivista italiana di medicina legale (gennaio-marzo 1994, pp. 233-46), nell’enfatizzare il principio del consenso informato, ha sottolineato l’illiceità di qualsiasi trattamento sanitario applicato contro la volontà del paziente: “Valutato che la qualificazione del diritto alla salute come fondamentale diritto indisponibile fa sì che il medico che cura una persona consenziente non violi la sua libertà ma la attui, tuttavia induce alla conseguenza che il trattamento su persona né informata né consenziente rende deontologicamente illecito il comportamento del medico, indipendentemente dagli esiti della terapia intrapresa, dal che deriva da parte della Commissione una valutazione dello specifico comportamento del Prof. A. B. alla luce della qualificazione deontologica del fatto.

Ritenuto che il rapporto tra medico e paziente deve essere fondato, sotto il profilo deontologico, su due pilastri, ambedue indefettibili, che sono da una parte la beneficialità dell’atto medico ispirato da scienza e coscienza nell’interesse del malato, dall’altra la volontà non delegabile del paziente che, adeguatamente informato, deve poter disporre pienamente del diritto di decidere sugli atti diagnostici e terapeutici da eseguire sul proprio corpo.

Ritenuto, quindi, che l’attività medico chirurgica, sotto il profilo deontologico, trovi la sua legittimazione nel consenso informato del paziente in condizioni di esprimerlo coscientemente e liberamente, mentre l’esplicazione dell’atto medico in violazione di tale principio, lo fa ipso facto configurare e decadere ad atto deontologicamente illecito . . .

Considerato che i principi che ispirano in materia l’ordinamento giuridico italiano coincidono con i principi ispiratori del Codice Deontologico e sono sanciti nella Costituzione della Repubblica, la quale esclude espressamente che alcuno possa essere obbligato ad un trattamento sanitario (fatti salvi i casi espressamente previsti dalla legge), e, quindi, lascia il paziente competente (cioè in grado di esprimere le proprie decisioni) libero di optare per il privilegio dello stato attuale o per quella che egli insindacabilmente considera la migliore qualità della vita e di salvaguardare il diritto a mantenere la integrità del proprio corpo.

Preso atto, come principio generale, che per quanto il medico debba ispirare la propria opera ad una valutazione discrezionale quanto responsabile nell’interesse del paziente, tuttavia egli deve abbandonare ogni residuo di paternalismo e considerare come ineludibile il dovere morale di rispettare la libertà dell’individuo quale canone fondamentale di convivenza civile . . .

Considerato che il Prof. A. B. è venuto meno al dovere di dare informazioni al paziente al fine di acquisire il consenso alla terapia proposta e che, anzi, ne ha ignorato la volontà liberamente espressa quale elemento cui era tenuto ad ispirare il proprio comportamento; e considerato altresì che il Prof. A. B. ha volutamente ignorato il precetto per il quale il medico non può intraprendere alcun trattamento, allorché questi comporti un rischio, senza il consenso esplicito e consapevole del paziente e, quindi deve, in presenza di esplicito rifiuto, desistere da qualsiasi atto, non essendo lecito alcun trattamento contro la volontà del paziente”.

2. Tribunali e Corti di appello:

Corte di Appello di Napoli, 19 agosto 1959, cit. da P. Zangani, “Il consenso dell’avente diritto nell’ambito sanitario”, in Sicurezza sociale, 1975, pp. 222-3: “Affinché il medico vada esente da responsabilità per l’esito infausto della sua opera, non è sufficiente che egli abbia agito secundum leges atque artis, ma occorre altresì che egli si sia preventivamente munito del consenso del paziente. Il consenso è attribuzione personale del titolare del diritto, e, quando trattasi di minore, del genitore esercente la patria potestà o del tutore. La mancanza del consenso non può essere ovviata dal fatto che si versi in uno stato di necessità in quanto questo può prevalere solo quando un consenso non si sia potuto richiedere o concedere e mai quando vi sia stata esplicita opposizione da parte del titolare del diritto”.

Tribunale Civile di Milano, Sez. I, 17 aprile 1961, in Temi, 1961, pp. 141-57.

Pretura di Frascati, 28 dicembre 1971, in Archivio responsabilità civile, 1972, pp. 884-91.

Pretore di Recanati, ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale emessa il 26 novembre 1982, in Gazzetta Ufficiale, n. 163 del 15 giugno 1983, pp. 4767-9.

Corte di Assise di Appello di Cagliari, 13 dicembre 1982, in Giurisprudenza italiana, 1983, II, col. 368: “Non è dato allo Stato di interferire, come che sia, in un ‘ordine’ che non è il suo (tal che non potrebbe imporsi ad un cittadino che appartenga alla Congregazione cristiana dei testimoni di Geova di sottoporsi ad una trasfusione di sangue: art. 32 della Costituzione )”.

Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, 8 luglio 1985, in Il diritto di famiglia e delle persone, ottobre-dicembre 1985, pp. 1001-17: “La norma costituzionale richiamata [art. 32 Cost.], che contiene una riserva di legge assoluta, nel senso che i casi ed i motivi dei trattamenti obbligatori devono essere specificatamente previsti dalla legge, riguarda non solo cure sanitarie protratte, ma anche interventi di qualsiasi genere sulla persona, sia diagnostici che terapeutici, compreso il ricovero in ospedale o la trasfusione di sangue. . . . È evidente infatti che qualsiasi trattamento sanitario, previsto come obbligatorio in astratto dalla legge — nella fattispecie, non vi è alcuna previsione per le trasfusioni di sangue e per il connesso ricovero ospedaliero coatto — non potrebbe in nessun caso infrangere i diritti inviolabili della persona umana (è indissolubile il collegamento tra l’art. 32, 2° comma, e l’art. 2 e quindi con il 1° comma dell’art. 3 Cost.). Tra questi diritti della persona umana, assume una particolare rilevanza quello alla fede religiosa, che ricomprende, nel concetto di professione (art. 19), non solo l’aspetto interno ed i profili di culto, ma il diritto a vivere ed operare osservando i precetti religiosi, con l’unico limite del buon costume e dell’osservanza degli altri doveri inderogabili per Costituzione. Da qui il diritto anche al rispetto delle convinzioni religiose e delle regole religiose volontariamente recepite dal singolo, come diritto della persona a poter osservare i precetti della propria fede e a non subire le prescrizioni dell’autorità, salvi i limiti costituzionali sovraindicati”.

Tribunale di Perugia, Sez. II Civ., 10 luglio 1987, n. 977.

Tribunale di Genova, 20 luglio 1988, in Il Foro padano, gennaio-marzo 1989, coll. 172-6.

Tribunale di Milano, Sez. III Pen., 10 aprile 1989, n. 3313: “La salute è pertanto in primo luogo un diritto individuale che la collettività ha il dovere e l’interesse di tutelare, lo Stato, quindi, da una parte ha l’obbligo di predisporre mezzi e strutture per garantire una valida e concreta tutela della salute dei cittadini, dall’altra può effettivamente esercitare il suo intervento in campo sanitario solo in presenza del consenso del malato; nessuno può essere curato contro la sua volontà. Il diritto all’autodeterminazione del singolo incontra però dei limiti, laddove la sua scelta incida sulla salute collettiva, in tal caso è ammissibile l’intervento coatto dello Stato, ma, a garanzia del singolo e dell’intera società civile, il legislatore costituzionale ha previsto che tale intervento può avvenire solo in forza di una espressa previsione legislativa e che quest’ultima, in ogni caso, non può violare i limiti imposti dal rispetto della persona . . . Si ribadisce così che il trattamento sanitario trova la sua legittimazione solo nel consenso del paziente, che le eccezioni a tale principio fondamentale costituiscono materia di riserva di legge e si specifica ulteriormente il limite cui anche il legislatore deve uniformarsi – il rispetto della persona umana di cui all’art. 32 cost. – inteso come dignità della persona e libera espressione dei suoi diritti civili e politici […] Passando ora ad esaminare in particolare l’ipotesi del rifiuto di terapia da parte del detenuto in digiuno volontario, si osserva che non esiste in materia una specifica disciplina legislativa. Nel 1982 vi fu un tentativo legislativo di risolvere il problema; infatti il Ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca presentò un disegno di legge composto da un unico articolo ‘11 bis’ da inserire nel corpo della vigente normativa penitenziaria che prevedeva l’alimentazione forzata del detenuto digiunante in imminente pericolo di vita. Ma tale proposta non ha retto alle numerose critiche avanzate sia dalla scienza medica sia dai giuristi ed il disegno di legge non ha più avuto seguito. In particolare si è rilevata l’incostituzionalità della predetta normativa […] perché il diritto all’autodeterminazione del singolo in ordine alla sua salute, può essere sacrificato solo in favore di un superiore interesse alla salute della collettività o di terzi, nel caso di specie non esistente, altrimenti si risolverebbe in una aperta violazione del diritto medesimo”.

Tribunale di Venezia, Giudice per le indagini preliminari, 25 gennaio 1991, il quale ha accolto l’archiviazione proposta dal P.M. in data 22 novembre 1990, che afferma: “La vicenda riveste, quindi, connotati di estrema delicatezza, atteso che da un lato la salute viene tutelata quale fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32 I c. Costituzione), dall’altro nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non imposto per legge (art. 32 II comma)”.

Corte di Appello di Milano, Sez. II Pen., 21 maggio 1992, n. 2273: “La normativa vigente non consente ai medici di eseguire un trattamento sanitario obbligatorio su un paziente, quando il rifiuto è esercitato da soggetto adulto e cosciente, se non nei casi espressamente previsti dalla legge, nella specie insussistenti”.

Corte di Appello di Genova, 5 aprile 1995, in Danno e Responsabilità, marzo-aprile 1996, pp. 215-25: “Il consenso del paziente al trattamento medico elimina la nota di illiceità penale che altrimenti sarebbe insita in un fatto che incide sull’integrità fisica o sulla vita stessa del paziente medesimo. Se non vi sia il consenso del paziente, che funziona come causa di giustificazione, non può non ritenersi penalmente illecito un trattamento da cui derivi una lesione personale o – come nella specie – addirittura una lesione mortale, salvo che non ricorra lo stato di necessità e il paziente non sia in grado di prestare il consenso. In altre parole, è solo la volontà del paziente di subire il trattamento medico, cioè la sua autodeterminazione di rinunciare alla tutela del bene giuridico e la sua consapevolezza delle possibili conseguenze lesive, insite nel pericolo, che rende lecita l’azione: è cioè il consenso, quale causa di giustificazione, che fa venir meno l’antigiuridicità del fatto lesivo e che segna il limite iniziale e finale della liceità. Da ciò consegue che il sottoporre un trattamento sanitario, sia pure con finalità terapeutiche, senza il consenso dell’interessato, ove ne derivi una lesione personale o la morte, integra gli estremi del reato di lesioni personali o di omicidio, ragion per cui in tal caso sussiste il presupposto richiesto dalla legge per il riconoscimento dei danni non patrimoniali”.

Corte di Appello di Milano, 2 maggio 1995, in Il Foro italiano, 1996, I, coll. 1418-22.

Tribunale di Messina, Giudice per le indagini preliminari, 11 luglio 1995, n. 186, in Diritto penale e processo, febbraio 1996, pp. 202-8; Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, dicembre 1996, pp. 910-2; Repertorio del Foro italiano, 1996, n. 13, p. 1402: “Il L., in quanto appartenente alla Congregazione dei testimoni di Geova, non poteva essere sottoposto a trasfusioni di sangue . . . Tale impostazione . . . a parere di questo giudice, risulta anche viziata in diritto nella parte in cui pretende di far gravare sugli esercenti la professione sanitaria un dovere di attivarsi a tutela della salute altrui indipendentemente dalla volontà del soggetto titolare del diritto. . . . appare in ogni caso difficilmente condivisibile l’assunto circa l’esistenza di un obbligo dei sanitari di attivarsi per impedire l’evento pur in presenza di un dissenso espresso del paziente o delle persone che lo rappresentano. Va, infatti, tenuto presente che l’art. 39 del codice di deontologia medica [allora vigente] prevede la necessità di acquisire un consenso informato dell’interessato prima di ogni intervento, che, per costante orientamento giurisprudenziale, solo il consenso del paziente può escludere l’antigiuridicità delle lesioni procurate attraverso il trattamento chirurgico (v. Cass. 21 aprile 1992, Massimo), che nel nostro ordinamento la salute viene in rilievo come diritto individuale che, pur interferente con l’interesse sociale, non legittima trattamenti sanitari obbligatori fuori dalle ipotesi espressamente previste dalla legge (v. art. 32 Cost.)”.

Corte di Appello di Bologna, 21 novembre 1996, in Responsabilità civile e previdenza, 1997, pp. 374-93: “La necessità di un consenso immune da vizi si ricava dagli artt. 13 e 32 della Costituzione. Il primo, invero, nell’affermare che la libertà personale è inviolabile, non riguarda genericamente le limitazioni cui in vario modo il cittadino può essere sottoposto nello svolgimento della sua attività, ma specificamente si riferisce alla libertà personale intesa come autonomia e disponibilità della propria persona (Corte Cost. 13 marzo 1960 n. 12). L’art. 32, secondo comma, poi, nello stabilire che ‘nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge’, esclude che le scelte relative alla salute della singola persona possano essere assunte da soggetti diversi dall’interessato (salvo che il paziente si trovi nell’impossibilità di farlo, nel qual caso il dovere di intervenire discende dagli artt. 593, 2° comma, e 328 c.p., o sussistano le condizioni di cui all’art. 54 c.p.). E il legislatore ordinario ha inteso prestare ossequio a tali norme, allorché nell’art. 1 legge 23 dicembre 1978 n. 833 ha affermato che ‘gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono di norma volontari’, e nel successivo art. 19 ha riconosciuto ‘il diritto – del malato – alla libera scelta del medico e del luogo di cura’”.

Pretura di Arezzo, Sez. distaccata di Montevarchi, 24 marzo 1997, in Rivista italiana di medicina legale, luglio-ottobre 1997, pp. 1103-18; La Giustizia penale, 1997, II, coll. 533-44.

Pretura Circondariale di Roma, Sez. II Dibattimentale, 3 aprile 1997, n. 13163, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, dicembre 1997, pp. 909-10; Bioetica, 2000, n. 1, pp. 132-6; Il Servizio Trasfusionale, luglio-agosto 1998, pp. 16-20; Rivista italiana di medicina legale, luglio-ottobre 1998, pp. 836-40; Rivista italiana di diritto e procedura penale, ottobre-dicembre 1998, pp. 1422-6; Il diritto ecclesiastico, luglio-settembre 1997, II, pp. 323-7: “È di tutta evidenza, allora, che la responsabilità penale dei sanitari che consapevolmente hanno omesso la terapia emotrasfusionale, indispensabile per assicurare la sopravvivenza del paziente, potrebbe essere affermata solo laddove si potesse sostenere che i medici che avevano in cura il D. avessero l’obbligo giuridico di intervenire coattivamente, sovrapponendo la loro iniziativa terapeutica alla convinzione religiosa dell’assistito. Detta costruzione della responsabilità penale per una condotta omissiva è chiaramente imposta dal principio di diritto espresso dall’art. 40 II comma c. p. atteso che solo il non impedire un evento che si ha ‘l’obbligo giuridico di impedire’ equivale a cagionarlo per cui deve trattarsi non di un dovere ricavabile da principi etici o d’altro genere bensì di un obbligo imposto da un’esplicita norma scritta vigente nell’ordinamento. Sotto questo aspetto, l’unico che può essere considerato in sede di accertamento della responsabilità penale, deve innanzi tutto ricordarsi che il principio informatore in materia di trattamenti sanitari obbligatori si rinviene nell’art. 32 II comma Cost. dove è stabilita un’espressa ed insuperabile riserva di legge per cui qualunque trattamento sanitario deve essere di norma preceduto dal consenso del paziente ed un eventuale dissenso è superabile solo laddove un’esplicita norma di legge lo consenta, prevedendo in quel caso la possibilità, rectius, il dovere, di intervenire coattivamente […] Nel caso di specie non si rinviene alcuna norma che avesse potuto imporre il trattamento emotrasfusionale coattivamente tant’è che il Procuratore della Repubblica, pur interpellato, non ha potuto adottare nessun provvedimento autorizzatorio od impositivo del trattamento sanitario proprio perché non gli era consentito da alcuna norma di legge […] deve escludersi che gli odierni imputati, a fronte di un rifiuto consapevole del D. di sottoporsi a trasfusioni di sangue, avessero l’obbligo giuridico di trasfondere coattivamente il paziente”.

Tribunale di Milano, Sez. VI, 4 dicembre 1997, in Rivista italiana di medicina legale, novembre-dicembre 1998, pp. 1129-43; Danno e Responsabilità, novembre 1998, pp. 1030-5; Repertorio del Foro italiano, 1998, n. 278, p. 1899; La nuova giurisprudenza civile commentata, gennaio-febbraio 2000, pp. 92-102: “Nel diritto di ciascuna persona di disporre della propria salute ed integrità personale, pur nei limiti previsti dal nostro ordinamento, deve essere ricompreso il diritto di rifiutare le cure mediche, lasciando che la malattia segua il suo corso, anche fino alle estreme conseguenze, trattandosi di una scelta che riguarda la qualità della vita”.

Corte di Appello di Bologna, 15 gennaio 1998, in Responsabilità civile e previdenza, 1998, pp. 1282-6.

Tribunale di Venezia, Sez. II, 4 febbraio 1998, in Rivista italiana di medicina legale, maggio-giugno 1999, pp. 965-80: “Ogni potere o dovere del medico sul paziente trova in radice la sua unica ed esclusiva fonte nel consenso del paziente stesso, che rappresenta il momento focale della stessa autorizzazione legislativa della attività medica … Il consenso è condizione imprescindibile di legittimità dell’atto medico, in quanto l’ordinamento giuridico non vuole esporre l’integrità fisica dell’avente diritto all’unilaterale e arbitrario intervento di un estraneo, ancorché medico, il quale finirebbe, in materia di diritti individuali costituzionalmente garantiti, per sostituire la propria volontà a quella dell’avente diritto”.

Pretura di Treviso, Giudice per le indagini preliminari, 29 aprile 1999, in Il Foro italiano, novembre 1999, II, coll. 667-75; in Bioetica, 2000, n. 1, pp. 136-44: “In linea di massima il soggetto ha il diritto di avvalersi o rifiutare le cure che il medico gli prospetta; esiste cioè un diritto di non curarsi anche se tale condotta espone il soggetto al rischio stesso della vita. Qualsiasi trattamento sanitario presuppone il consenso del diretto interessato la cui volontà non può essere sostituita da quella di altri, neppure da quella del medico curante”.

Corte di Appello di Milano, decreto del 26 novembre 1999, in Bioetica, 2000, n. 1, pp. 93-103; Il Foro italiano, 2000, I, coll. 2022-40; Rivista italiana di medicina legale, maggio-giugno 2001, pp. 617-28.

Tribunale di Milano, Sez. X Pen., 21 luglio 2000, n. 4017.

Tribunale Ordinario di Venezia, sez. III civ., 24 giugno-4 ottobre 2004, n. 861.

Tribunale di Milano, Sez. V Civ., 24 marzo 2005: “Il diritto in esame appartiene ai diritti inviolabili della persona, ed è espressione del diritto all’autodeterminazione in ordine a tutte le sfere ed ambiti in cui si svolge la personalità dell’uomo, fino a comprendere anche la consapevole adesione al trattamento sanitario (con legittima facoltà di rifiutare quegli interventi e cure che addirittura possano salvare la vita del soggetto)”.

Tribunale di Roma, 23 luglio 2007 (in Diritto penale e processo, n. 1, 2008, pp. 59-68; in Rivista italiana di medicina legale, n. 1, 2008, pp. 294-330) riguardante il caso Welby: “L’affermazione nella Carta costituzionale del principio che sancisce l’esclusione della coazione in tema di trattamenti sanitari (e quindi della necessità del consenso del malato) ha come necessaria consecuzione il riconoscimento anche della facoltà di rifiutare le cure o di interromperle, che, a sua volta, non può voler significare l’implicito riconoscimento di un diritto al suicidio, bensì soltanto l’inesistenza di un obbligo di curarsi a carico del soggetto. Infatti la salute dei cittadini non può essere oggetto di imposizione da parte dello Stato, tranne nei casi in cui l’imposizione del trattamento sanitario è determinato per legge, come sostiene anche la dottrina, in conseguenza della coincidenza tra la salvaguardia della salute collettiva e della salute individuale, come avviene, ad esempio, nel caso delle vaccinazioni obbligatorie. Il diritto al rifiuto dei trattamenti sanitari fa parte dei diritti inviolabili della persona, di cui all’art. 2 Cost., e si collega strettamente al principio di libertà di autodeterminarsi riconosciuto all’individuo dall’art. 13 Cost. […] il quadro normativo delineato dalla Corte costituzionale nel corso degli anni non lascia dubbi all’interprete, in quanto da esso discende con chiarezza che l’individuo può rifiutare trattamenti medici e la sua volontà consapevole deve essere rispettata anche quando il rifiuto riguardi terapie salvavita e tutto ciò vale non solo nel rapporto tra Stato e cittadini, ma anche tra privati ovvero tra il paziente ed il suo medico, che dovrà attenersi alla volontà del malato come regola generale”.

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Procura della Repubblica di Sassari, richiesta di archiviazione del P. M. P. Piras (accolta dal G.I.P. M. T. Lupinu) , in data 23 gennaio 2008, riguardante il caso di Giovanni Nuvòli affetto da sclerosi laterale amiotrofica (in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, dicembre 2008, p. 727).

T.A.R. della Lombardia, sez. III, 26 gennaio 2009, n. 214, sempre sul caso Englaro: “Il principio costituzionale del ‘consenso informato’ (art. 32 Cost.), sta alla base del rapporto medico-paziente e costituisce norma di legittimazione del trattamento sanitario. Ad esso è correlata non solo la facoltà del paziente di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale. Il rifiuto delle terapie mediche, anche quando conduca alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale. Posto che l’esigenza di tutela dei valori di libertà e dignità della persona sono realizzabili anche dall’incapace, avvalendosi degli strumenti posti a suo presidio (art. 357 c.c. ss., art. 424 c.c.), deve ritenersi che all’individuo che, prima di cadere irreversibilmente nello stato di totale ed assoluta incoscienza, tipica dello stato vegetativo permanente, abbia manifestato, in forma espressa o anche attraverso i propri convincimenti, il proprio stile di vita e i valori di riferimento, l’inaccettabilità dell’idea di un corpo destinato, grazie a terapie mediche, a sopravvivere alla mente, l’ordinamento dà la possibilità di far sentire la propria voce in merito alla disattivazione di quel trattamento attraverso il rappresentante legale […] Il massimo organo giurisdizionale dello Stato italiano ha ritenuto, all’esito della attività di interpretazione del diritto oggettivo, che ad esso massimamente compete, di enucleare e riconoscere in capo a ciascun individuo il diritto assoluto a rifiutare le cure ad esso somministrate in qualunque fase del trattamento e per qualunque motivazione filosofica, religiosa, etica; ove sussistano le condizioni sopra descritte, anche nel caso di persona in stato vegetativo permanente […] Il diritto costituzionale di rifiutare le cure, come descritto dalla Suprema Corte, è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata”.

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Tribunale di Firenze, II sez. civ., 2 dicembre 2008, sent. del Giudice istruttore. La decisione, dopo aver citato ampiamente la sentenza n. 21748/2007 (caso Englaro) a cui ha ampiamente aderito, così aggiunge: “L’attrice vantava un pieno diritto, per il proprio convincimento religioso quale Testimone di Geova, a rifiutare la cura costituita da trasfusioni di sangue e di vedere rispettata tale sua volontà. La parte attrice ha domandato il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla lesione di suoi diritti costituzionalmente garantiti […] Mette conto osservare che il comportamento dei sanitari ha in effetti violato, come può assumersi addirittura per fatto non controverso, la deliberazione cosciente e volontaria assunta dall’attrice, vale a dire il diritto alla non futile sua autodeterminazione nel non consentire il trattamento salva-vita della trasfusione di sangue, fondato sul proprio convincimento religioso tutelato dalla Costituzione, costituente un limite invalicabile di rispetto della persona umana, nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive […] che il dissenso dell’attrice alle terapie sia stato espresso, fra l’altro anche per scritto, in una fase di sua perfetta coscienza delle conseguenze del suo gesto, a seguito di esaurienti, approfondite e complete informazioni che, in modo encomiabilmente deontologico, i sanitari le fornirono. Dissenso che venne ad esprimersi, lei cosciente, fino ai momenti immediatamente precedenti il suo trasporto in sala operatoria”.

Corte di Appello di Cagliari, sez. civ., decreto 16 gennaio 2009, in La nuova giurisprudenza civile commentata, giugno 2009, pp. 620-8 (accolto il ricorso di un testimone di Geova contro il decreto del Giudice tutelare del Tribunale Ordinario di Cagliari, in data 4 novembre 2008,il quale, pur nominando l’amministratore di sostegno, non lo aveva autorizzato a rifiutare la trasfusione di sangue per conto del beneficiario in caso di perdita di coscienza di quest’ultimo): “La carta costituzionale è chiarissima nel prevedere che ogni trattamento sanitario per poter essere praticato necessita del consenso dell’individuo; la norma non contiene riserve di sorta e il consenso del paziente deve esistere sempre, anche se il dissenso determini un pericolo potenziale o reale per la propria vita (in tal senso Cass. 23876/08). Deve, inoltre, prescindersi dalle ragioni del dissenso, che possono essere determinate anche da motivi religiosi, come nel caso di specie; la corte di cassazione ha, in proposito chiarito che il conflitto tra i due beni – entrambi costituzionalmente tutelati – della salute e della libertà di coscienza non può essere risolto sic et sempliciter a favore del primo sicché ogni ipotesi di emotrasfusione obbligatoria diverrebbe per ciò solo illegittima perché in violazione delle norme costituzionali sulla libertà di coscienza e della incoercibilità dei trattamenti sanitari individuali (Cass. 23876/08). Le leggi ordinarie sono state adottate nel necessario rispetto di questo fondamentale ed imprescindibile principio, che è una delle articolazioni del principio di tutela della persona, che la Costituzione garantisce anche in altre norme, come ad esempio nell’art. 2, contenente l’impegno della Repubblica di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo o nell’art. 13 in tema di inviolabilità della libertà personale, norma nella quale si è visto un rafforzamento del valore di indipendenza nelle scelte che lo riguardano personalmente […] La libera determinazione della persona come regola generale, espressa nella Costituzione, non è affatto in contrasto con il diritto alla vita (come ha sostenuto il Procuratore generale nella discussione orale), il quale è indisponibile nella sua titolarità, ma non può non essere libero quanto agli atti attraverso i quali viene esercitato (altrimenti – è stato detto – il diritto si trasformerebbe in obbligo) […] Questi brevi richiami sono indicativi del mutamento profondo che, nel corso degli anni, si è verificato nel rapporto medico-paziente, che si è cercato di delineare sempre più rispettoso del dettato costituzionale espresso nelle norme già richiamate. Il sanitario non può operare se non dopo aver dettagliatamente informato il paziente sulla natura degli interventi sanitari che intende praticare e solamente dopo averne ricevuto espresso assenso: ovviamente l’espressione della volontà dovrà conseguire ad un’informazione che sia veramente tale e che esprima nel dettaglio gli eventuali rischi che quel trattamento comporta per la salute e/o la vita del soggetto. Solo in presenza di tali necessarie informazioni sarà possibile dare un consenso informato che sia veramente tale o manifestare un rifiuto consapevole del trattamento proposto dal sanitario […] Il consenso dato in condizioni di piena capacità non perde valore qualora sopraggiunga un successivo stato di incapacità del soggetto e solo per questo: in proposito la dottrina più autorevole, che si è espressa in tal senso, ha ricordato che le disposizioni di carattere patrimoniale conservano validità anche se il soggetto perda la sua capacità in un momento successivo; altrettanto deve valere con riguardo alle disposizioni di carattere non patrimoniale. Non si comprenderebbe, infatti, per quale ragione un consenso validamente espresso debba essere posto nel nulla per la sopravvenuta incapacità del soggetto: la dichiarazione di volontà è validamente espressa e in quanto tale deve essere rispettata in assenza di una revoca dell’interessato. L’obiezione sulla perdita eventuale della capacità naturale, ove accolta, finirebbe con l’incidere negativamente sulla libertà dell’individuo: il fatto che la persona non abbia più la possibilità di revocare l’atto non è un motivo per disconoscerle a posteriori la libertà che ha manifestato compiendo l’atto […] Per altro verso, in ordine al requisito dell’attualità del consenso, questa corte aderisce all’interpretazione della dottrina che ha sottolineato come la ragione del rifiuto della terapia trasfusionale collegato all’adesione ad una determinata religione (come in questo caso), è ragione che di per sé stessa comporta la permanenza nel tempo della volontà, che è espressione dell’osservanza incondizionata dei principi imposti dal credo di appartenenza”.

Le decisioni concernenti il caso di un noto chirurgo di Firenze, condannato per omicidio preterintenzionale nei tre gradi di giudizio, si distinguono per la più ampia, chiara e concreta enunciazione del principio dell’autodeterminazione del paziente. Dovrebbero dunque rendere obsolete, se coordinate con la giurisprudenza costituzionale citata precedentemente, le correnti interpretative che sono restie ad uniformarsi agli inequivocabili indirizzi sopra esposti. Per ognuna delle tre decisioni si indicano le massime più significative:

Corte di Assise di Firenze, 18 ottobre 1990, in La Giustizia penale, marzo 1992, coll. 163-90; Rivista italiana di medicina legale, 1991, pp. 1333-56: “Emerge in maniera evidente un principio basilare al quale l’attività del medico deve ispirarsi e, comunque, sottomettersi: il consenso del malato. Ciò che, in parole assai semplici, significa poi che nulla il medico può fare senza il consenso del paziente o addirittura contro il volere di lui, il che, anche, corrisponde ad un principio personalistico di rispetto della libertà individuale e ad una configurazione del rapporto medico-paziente che bene la difesa di PC ha individuato nella figura del paziente come portatore di propri diritti fondamentali, e dunque come uomo-persona, uomo-valore e non come uomo-cosa, uomo-mezzo, soggetto a strumentalizzazioni anche odiose per fini che sono stati spesso ammantati di false coperture di progresso scientifico o di utilità collettiva. Giustamente viene ricordato come i principi costituzionali in materia abbiano trovato concreta applicazione in leggi ordinarie quali la legge 180/1978 in materia di Istituti Psichiatrici e la legge n. 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale che hanno posto il consenso del paziente quale elemento centrale del sistema. Dunque il consenso del paziente è la condizione imprescindibile perché possa legittimamente esercitarsi nei suoi confronti qualsiasi attività medico-chirurgica e ciò, ovviamente, con le dovute eccezioni previste dalla legge (es. vaccinazioni obbligatorie) e richiamate anche dall’art. 32 della Costituzione. . . . È infatti di tutta evidenza che nel diritto di ciascuno di disporre, lui e lui solo, della propria salute ed integrità personale, pur nei limiti previsti dall’ordinamento, non può che essere ricompreso il diritto di rifiutare le cure mediche, lasciando che la malattia segua il suo corso anche fino alle estreme conseguenze: il che, a ragione non può essere considerato il riconoscimento di un diritto positivo al suicidio, ma è invece la riaffermazione che la salute non è un bene che possa essere imposto coattivamente al soggetto interessato dal volere o, peggio, dall’arbitrio altrui, ma deve fondarsi esclusivamente sulla volontà dell’avente diritto, trattandosi di una scelta che, come bene ha detto la difesa di PC, riguarda la qualità della vita e che, pertanto, lui e lui solo può legittimamente fare. Nella specie doveva essere lasciato alla libera scelta della DL[la paziente] se trascorrere i non moltissimi giorni di una vita ormai non lontana dalla fine in maniera fisicamente e psicologicamente dignitosa, ovvero subire il trauma di un intervento chirurgico cruento e devastante, con scarsissime probabilità di riuscita ‘quoad vitam’, con degenza ospedaliera lunghissima, dolorose medicazioni, sconvolgimento delle funzioni naturali, con applicazione di un ano artificiale, in una situazione quindi fisicamente dolorosa e psicologicamente umiliante”.

II Corte di Assise di Appello di Firenze, 26 giugno 1991, in Il Foro italiano, marzo 1996, II, coll. 188-95: “Ritiene la Corte che ogni trattamento terapeutico – e quindi anche quello per avventura immune da qualsiasi rischio – è soggetto, per il nostro ordinamento, a regole che –  seppure rimesse alla prudente valutazione della coscienza del medico ovviamente ispirata alle migliori ‘leges artis’ del momento storico – restano rigorosamente legate al principio del libero consenso, salvo le eccezionali integrazioni o surrogazioni appena citate, e nelle quali è da includere, residualmente, l’ipotesi del trattamento sanitario obbligatorio del quale tanto si discute nelle contingenze di medicina sociale nei nostri tempi. Quello del consenso è, insomma, un principio-cardine che attraversa tutto il nostro ordinamento, come ricorda la sentenza impugnata e come vigorosamente hanno ribadito accusa privata e accusa pubblica nel presente grado: e ciò a partire dagli anche troppo citati artt. 13 e 32 della Costituzione. Queste notazioni conclusive sono ormai così consolidate nel pensiero dottrinario e nella elaborazione giurisprudenziale, da doversi qui considerare perfino pleonastiche, se non fosse per l’opportunità di ribadire quello che giustamente è stato definito il cardine giuridico dell’intera vicenda: principio che, del resto, l’attenta e diffusa critica che sorregge il gravame, neppure remotamente contesta”.

Corte d’Appello di Trieste, Sez. I Civ., 18 luglio 2003, n. 665 (La nuova giurisprudenza civile commentata, 2005, n. 1, I, pp. 145-50): “Non pare potersi dubitare ormai che dagli articoli 32 2° comma Cost. si debba derivare l’esistenza di un diritto al rifiuto dei trattamenti sanuitari non voluti […] In altri termini, può sicuramente convenirsi circa la sussistenza di un diritto costituzionalmente garantito a non subire trattamenti sanitari indesiderati se non nei casi speciali predeterminati dalla legge e con le garanzie all’uopo apprestate (si tratta dei trattamenti sanitari obbligatori, come le vaccinazioni nei casi di obbligatorietà legale, il ricovero obbligatorio per i malati di mente nei casi previsti, ecc.) e può anche convenirsi sulla liceità insuperabile del dissenso per motivi religiosi alle trasfusioni di sangue […] È certamente da respingere una certa teoria che vorrebbe vedere nell’art. 2 della Costituzione (riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo e adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà sociale) un diritto alla salute funzionale al diritto allo sviluppo della personalità, inteso quasi come un dovere di curarsi; tale concezione rischierebbe di far passare per comportamenti illeciti o devianti quei comportamenti derivanti da convinzioni ideologiche o religiose che appaiono’strane’ solo perché minoritarie. Né l’art. 32 Cost. che fa carico solennemente alla Repubblica della tutela della salute ‘come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’ può essere letto come una limitazione al diritto concreto alla gestione della propria salute in funzione dell’interesse della collettività a che l’individuo si curi (secondo le regole etiche e mediche generalmente accettate dalla società di appartenenza; il pericolo di immaginare uno stato ‘etico’ deve essere fugato dalla considerazione che lo stesso articolo, al comma 2, con una perentorietà che non lascia dubbi, esprime il limite ad ogni ingerenza nella sfera di autodeterminazione dell’ammalato: ‘Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’. Ma, affermato in tal modo il massimo rispetto per le convinzioni religiose, anche quando si traducano in rifiuto di terapie generalmente accettate, e constatato evidentemente che nel caso di specie non è previsto da leggi speciali un trattamento trasfusionale obbligatorio …”.

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