DAT e Amministrazione di sostegno: un’ interessante pronuncia della Cassazione

Anche se risalente a circa un anno fa merita un approfondimento la sentenza della Cass. Civ. Sez. I, n. 23707 del 20 dicembre 2012 (già menzionato in un articolo del 29/01/2013). Interessanti al riguardo sono i commenti che la sentenza di cui sopra ha ricevuto da Matilde Betti [1] e da Antonio Gorgoni [2]. Si riporta di seguito una sintesi dei punti principali riportati nella sentenza in epigrafe, unitamente ad alcuni commenti degli autori sopra citati.

La sentenza si occupa, in particolare, della questione dell’intervento dell’amministratore di sostegno in relazione alle scelte sanitarie espresse precedentemente dal beneficiario del provvedimento. Nel caso di specie P.R., nel pieno delle sue facoltà fisiche e psichiche, con scrittura privata autenticata, designava C.G. quale proprio amministratore di sostegno, in previsione di una propria futura ed eventuale incapacità precisando nel contempo la propria volontà circa le cure mediche alle quali essere o non sottoposta in futuro.

Si tratta del primo intervento della giurisprudenza su una questione che ha diviso sia la giurisprudenza che la dottrina, ossia se possa essere nominato un amministratore di sostegno per attuare, in un futuro eventuale, delle DAT. Il ricorso giunge in Cassazione dopo che sia il giudice di prime cure che quello di secondo grado avevano dichiarato l’inammissibilità della nomina.

Anche la Cassazione respinge il ricorso dichiarando che “la procedura (n.d.r. di nomina dell’amministratore di sostegno) implica il manifestarsi della condizione d’infermità o incapacità della persona e l’insorgere coevo dell’esigenza di protezione cui è ispirata la ratio dell’istituto in discorso. La sua introduzione con la L. n. 6 del 2004, come già affermato da questa Corte con sentenza n. 13584/2006, mira infatti ad offrire uno strumento d’assistenza alla persona carente di autonomìa a causa della condizione d’infermità o incapacità in cui versa che, calibrato dal giudice tutelare rispetto al grado d’intensità di tale situazione, consente di escludere gli interventi più invasivi degli istituti tradizionali posti a tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione.”

Secondo la Corte la portata innovativa dell’art. 406 c. 1 c.c. sta nell’aver “ammesso che un soggetto non pienamente capace di intendere e di volere possa proporre ricorso per l’istituzione dell’amministrazione di sostegno. La disposizione non attribuisce, dunque, il diritto di chiedere protezione a chi non sia né infermo né menomato”[2].

Pur non ammettendo che si possa quindi giungere alla nomina preventiva dell’amministratore di sostegno nel senso sopra indicato, la Corte affronta altri argomenti correlati della massima importanza: l’efficacia dell’atto di designazione (art. 408), e la rilevanza e vincolatività delle DAT.

Tre sono gli effetti che derivano dalla designazione:

1. L’amministratore designato attuerà le aspirazioni del beneficiario: egli ha il dovere ed il potere di esternare le indicazioni sui trattamenti manifestate dal designante nelle sue condizioni di capacità, ed è da esse vincolato [1].

2. Il secondo effetto è quello di orientamento per l’intervento del sanitario. Molto correttamente, ed espressamente, la suprema corte riporta la questione del consenso informato nell’ambito proprio della alleanza terapeutica nel rapporto medico – paziente. In sostanza il medico può intervenire sul corpo del paziente solo se questi, adeguatamente informato sull’atto, vi acconsente, indipendentemente da un intervento giudiziale. Se il medico ha la certezza di quale sia la volontà del paziente rispetto al trattamento da praticare, dovrà agire in conformità al consenso del paziente così come direttamente portato alla sua conoscenza. L’atto sanitario sul corpo del paziente è lecito se il medico sa che il paziente vi acconsente, è illecito invece se il medico lo pratica consapevole della contraria volontà del paziente: il che va primariamente chiarito all’interno del rapporto medico-paziente e con le persone a lui vicine, senza la necessaria presenza di un intervento giudiziario, in conformità a quanto peraltro accade giornalmente nelle corsie ospedaliere. [1]

3. Il terzo effetto è quello della necessaria “delibazione” da parte del Giudice Tutelare. È interessante la scelta del termine delibazione, poiché l’attività così demandata al giudice tutelare in presenza di dichiarazioni anticipate di trattamento viene riportata nell’ambito del mero recepimento di tali dichiarazioni. Per ciò che riguarda l’ambito della decisione del giudice tutelare a seguito di designazione anticipata ai sensi dell’art. 408 c.c., egli è tenuto in primo luogo a nominare la persona designata dal beneficiario quando aveva la piena capacità, salvo i gravi motivi ivi previsti.[…] . Possono sussistere però casi di mutamento sopravvenuto nelle caratteristiche personali del designato, o modificazioni nei rapporti interpersonali tra designante e designato tali da integrare i gravi motivi per discostarsi dalla designazione anticipata. In secondo luogo, la pronuncia in esame chiarisce la necessità che il giudice tutelare operi uno scrutinio sulla attualità della volontà precedentemente espressa dal beneficiario e ne valuti la sua univocità e specificità al fine di deferire all’amministratore i poteri sanitari in base alle dichiarazioni sottoscritte in precedenza dal beneficiario. La valutazione sulla attualità non significa -pena la perdita di senso della disposizione – che il mero decorso del tempo rende invalide le dichiarazioni, bensì che il giudice tutelare deve valutare se vi siano state successive manifestazioni difformi della volontà del beneficiario: in mancanza, le disposizioni formalmente espresse cristallizzano la volontà del beneficiario in forma solenne. [1].

Su quest’ultimo punto si concorda con la nota critica di Gorgoni [2] che solleva il dubbio circa l’efficienza di una procedura di questo che si attiva soltanto al verificarsi della perdita di coscienza. L’autore aggiunge che “è discutibile esigere l’autorizzazione giudiziale anche quando le disposizioni anticipate siano chiare e vi sia concordia tra medico e amministratore sulla loro interpretazione”. Altri paesi hanno affrontato questo punto. Gorgoni cita il § 1904, comma 4°, del BGB che esclude la necessità dell’autorizzazione giudiziale qualora medico e amministratore siano d’accordo sulla corrispondenza della “prestazione”, del “diniego” o della “revoca” del consenso alla volontà del beneficiario.

In base ai principi che sono tracciati nella sentenza in commento, sarebbe del tutto legittimo che il Testimone di Geova che deve sottoporsi a un intervento chirurgico possa nominare un amministratore di sostegno col potere di negare il consenso alle trasfusioni di sangue che dovessero risultare indispensabili per i medici.

 

Matilde Betti [1] (“Il consenso agli atti sanitari nell’amministrazione di sostegno: le decisione del giudice tutelare” in Famiglia e Diritto, 2013, 6, pg. 577 e ss.)

Antonio Gorgoni [2] (“Amministrazione di sostegno e direttive anticipate di trattamento” in Nuova Giur. Civ., 2013, 05, pg. 421 ss.).

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