D.A.T.

Eutanasia, suicidio assistito e libertà di scelta

Il dibattito sui trattamenti di fine vita è ancora molto acceso ed è orfano di una legge che ne determini chiare linee di confine. Due recenti articoli usciti sulla rivista Wired e l’Internazionale affrontano l’argomento e indicano le problematiche ancora aperte nel nostro Paese dove si continua a fare confusione fra libertà di scelta e eutanasia.

Gli articoli sono utili per inquadrare la tematica, oltre che per capire ciò che si sta facendo o si è fatto in altri paesi europei.

 

Sheffield Teaching Hospitals NHS Foundation Trust v TH and Anor [2014] EWCOP (22 maggio 2014) – direttive anticipate di trattamento

La Court of Protection ha preso in considerazione la richiesta della compagna di un uomo in stato vegetative persitente e irreversibile di interrompere I trattamenti di sostegno vitale. Pur rinviando la decisione ad un momento successivo al deposito di esami clinici più dettagliati, il giudice ha ricostruito – attraverso le testimonianze delle persone più vicine al paziente – le sue volontà.

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(Fonte Biodiritto.org)

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“ADS ORA PER ALLORA” – Trib. Modena Sez II° Civile – Guendalina SCOZZAFAVA (Persona e Danno)

Prendendo spunto da un interessante decreto del giudice dr. Roberto Masoni, alcune personali riflessioni sull’amministrazione di sostegno “ora per allora”

Partendo dall’assunto, magistralmente evidenziato in un memorabile passo della Corte di Cassazione, per cui lo stato di incapacità non può privare la persona dei suoi diritti fondamentali tra i quali l’autodeterminazione, si configura come indispensabile la necessità di individuare strumenti capaci di rendere effettiva l’attuazione di tali diritti.

Un’effettività che può trovare adeguata applicazione nel ricorso ad istituti  già contemplati nell’ordinamento giuridico italiano, come l’amministrazione di sostegno, che nella sua flessibile configurabilità diviene strumento di attuazione di progetti di vita all’interno dei quali anche alla salute viene riservato uno spazio di definizione “ora per allora”.

D’altronde lo stesso articolo 408 del c.c. contempla la possibilità che l’amministratore di sostegno venga  “designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità” al fine di proteggere la possibilità del soggetto di conservare, anche laddove fattori esterni inabilitanti rischino di compromettere l’esplicitazione della propria capacità d’agire o di provvedere ai propri interessi, un controllo preventivo sulle proprie scelte di vita future.

Un atto che, inevitabilmente, poggia le propria fondamenta su garanzie fiduciarie tra beneficiario e amministratore di sostegno il quale, fungendo evidentemente da “nuncius” delle decisioni di vita e di cura, sarà chiamato a rappresentare gli interessi del suo amministrato, rispettandone i desideri espressi prima della perdita della capacità di discernimento e attenendosi alle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche.

Si rappresentano dunque nuove potenzialità dell’amministratore di sostegno, che da alcune sentenze pronunciate dai tribunali di Modena [1] così come di Prato, sembrerebbe risultare uno strumento tecnico idoneo a garantire all’interessato compos sui il futuro rispetto delle sue volontà, precedentemente espresse ad esempio attraverso le dichiarazioni anticipate di trattamento, nell’eventualità che in un futuro possa risultare incapace di intendere e volere, non più in grado di manifestare le proprie volontà o più semplicemente riversante in condizioni non funzionali a valutazioni di buonsenso e   ragionevolezza.

In dottrina iniziano a registrarsi dunque diffusi consensi alla tendenza a far ricorso al c.d. testamento di sostegno, inteso come documento con il quale viene designato l’amministratore di sostegno e vengono espresse le volontà anticipate alle quali attenersi in futuro, laddove  confermate dall’amministratore stesso.

Un’applicazione dello strumento amministrativistico che si configurerebbe quale ulteriore amplificazione della sovranità individuale alla quale aspira la legge 06/2004 con un’estensione futura inintaccabile da eventuali fattori esterni più o meno permanenti e invasivi.

Come sostiene il dr. Umberto Veronesi  “è la visione laica a sostenere che ogni uomo ha il diritto, in assoluta autonomia e libertà, di decidere intorno alla propria morte e anzi a rivendicare questo diritto come uno dei diritti fondamentali dell’individuo”.

Personalmente auspico che il testamento biologico, il testamento di sostegno o le dichiarazioni anticipate di trattamento, poco importa il nome di battesimo, sia il frutto di un percorso che passi dal consenso informato inteso come “adesione consapevole del paziente alle decisioni sul trattamento terapeutico, realizzata attraverso una informazione esaustiva e preventiva sulle sue condizioni di salute e soprattutto sui rischi connessi alla terapia stessa”, piuttosto che su uno scontro ideologico.

Attualmente la proposta di legge sul testamento biologico è stata abbandonata a causa delle troppo distanti culture etiche sul problema. Tuttavia molti comuni italiani raccolgono i testi dei cittadini che scrivono le loro dichiarazioni anticipate di trattamento. Tali testi non hanno valore giuridico per le strutture mediche chiamate a decidere nella situazione di fine vita, tuttavia possono essere considerati degli “indicatori culturali” attorno ai quali ragionare anche in termini di potenziamento e implementazione degli strumenti giuridici già esistenti, come l’amministrazione di sostegno.



[1] Un esempio interessante è quello di un decreto del Tribunale di Modena con il quale è stato nominato un amministratore di sostegno ad un soggetto pienamente capace, che aveva espresso precise determinazioni di volontà in previsione di un futuro ed eventuale stato di incapacità che gli impedisse di esprimere il rifiuto a terapie invasive salvifiche. In questo caso il ricorrente, in possesso di piena capacità di intendere e volere e in normali condizioni di salute, con scrittura privata autenticata ha designato, ai sensi dell’art 408 comma 2 cc, la moglie quale amministratore di sostegno, con l’incarico di pretendere il rispetto delle disposizioni terapeutiche dettate con la scrittura stessa per  l’ipotesi di propria eventuale, futura incapacità. Nel ricorso ha altresì chiesto che all’amministratore di sostegno vengano attribuiti, per il tempo di eventuale perdita della capacità auto determinativa e sempre che, nel frattempo, non sia intervenuta manifestazione di volontà contraria, i poteri – doveri di autorizzazione alla negazione di prestare consenso ai sanitari a sottoporlo alle terapie individuate nella scrittura privata anzidetta, nonché di richiedere ai sanitari coinvolti di porre in essere, nell’occasione, le cure palliative più efficaci… Il decreto modenese accoglie l’istanza del ricorrente volta a conferire all’amministratore di sostegno i poteri

(Fonte: Persona e Danno)

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DAT e Amministrazione di sostegno: un’ interessante pronuncia della Cassazione

Anche se risalente a circa un anno fa merita un approfondimento la sentenza della Cass. Civ. Sez. I, n. 23707 del 20 dicembre 2012 (già menzionato in un articolo del 29/01/2013). Interessanti al riguardo sono i commenti che la sentenza di cui sopra ha ricevuto da Matilde Betti [1] e da Antonio Gorgoni [2]. Si riporta di seguito una sintesi dei punti principali riportati nella sentenza in epigrafe, unitamente ad alcuni commenti degli autori sopra citati.

La sentenza si occupa, in particolare, della questione dell’intervento dell’amministratore di sostegno in relazione alle scelte sanitarie espresse precedentemente dal beneficiario del provvedimento. Nel caso di specie P.R., nel pieno delle sue facoltà fisiche e psichiche, con scrittura privata autenticata, designava C.G. quale proprio amministratore di sostegno, in previsione di una propria futura ed eventuale incapacità precisando nel contempo la propria volontà circa le cure mediche alle quali essere o non sottoposta in futuro.

Si tratta del primo intervento della giurisprudenza su una questione che ha diviso sia la giurisprudenza che la dottrina, ossia se possa essere nominato un amministratore di sostegno per attuare, in un futuro eventuale, delle DAT. Il ricorso giunge in Cassazione dopo che sia il giudice di prime cure che quello di secondo grado avevano dichiarato l’inammissibilità della nomina.

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