diritto autodeterminazione

Eutanasia, suicidio assistito e libertà di scelta

Il dibattito sui trattamenti di fine vita è ancora molto acceso ed è orfano di una legge che ne determini chiare linee di confine. Due recenti articoli usciti sulla rivista Wired e l’Internazionale affrontano l’argomento e indicano le problematiche ancora aperte nel nostro Paese dove si continua a fare confusione fra libertà di scelta e eutanasia.

Gli articoli sono utili per inquadrare la tematica, oltre che per capire ciò che si sta facendo o si è fatto in altri paesi europei.

 

Consiglio di Stato sentenza 02 settembre 2014, n. 4460 – Interruzione del trattamento di alimentazione ed idratazione di paziente in stato vegetativo permanente

La decisione terapeutica ha nel consenso informato e nell’autodeterminazione del paziente il suo principio e la sua fine, poiché è il paziente, il singolo paziente, e non un astratto concetto di cura, di bene, di “beneficialità”, il valore primo ed ultimo che l’intervento medico deve salvaguardare. Ciò non deve naturalmente comportare un pericoloso soggettivismo curativo o un relativismo terapeutico nel quale è “cura” tutto ciò che il singolo malato vuole o crede, perché nell’alleanza terapeutica è e resta fondamentale l’insostituibile ruolo del medico nel selezionare e nell’attuare le opzioni curative scientificamente valide e necessarie al caso, ma solo ribadire che la nozione statica e “medicale” di salute, legata cioè ad una dimensione oggettiva e fissa del benessere psicofisico della persona, deve cedere il passo ad una concezione soggettiva e dinamica del concreto contenuto del diritto alla salute, che si costruisce nella continua e rinnovata dialettica medico-­paziente, di modo che tale contenuto, dal suo formarsi, al suo manifestarsi sino al suo svolgersi, corrisponda effettivamente all’idea che di sé e della propria dignità, attraverso il perseguimento del proprio benessere, ha il singolo paziente per realizzare pienamente la sua personalità, anzitutto e soprattutto nelle scelte, come quelle di accettare o rifiutare le cure, che possono segnarne il destino. Indubbiamente l’affermazione di un principio, come quello del diritto alla salute e del consenso informato, non può non tener conto che esso, oltre ad essere un diritto assoluto e inviolabile e, come tale, efficace erga omnes e, in particolare, nei riguardi del medico, è anche un diritto soggettivo pubblico o diritto sociale che, nella dinamica del suo svolgersi e del suo concreto attuarsi, ha per oggetto una prestazione medica che ha quali necessari e primari interlocutori le strutture sanitarie e, in primo luogo, il Servizio Sanitario Nazionale. Esso ha una natura ancipite, per così dire, ed è un diritto che ha una indubbia valenza privatistica, in quanto massima ed inviolabile espressione della personalità individuale, ma anche una innegabile connotazione pubblicistica, perché può e deve, se lo richiede la sua soddisfazione, trovare adeguata collocazione e necessaria attuazione all’interno del servizio sanitario, non potendo dimenticarsi che la salute, anche nella declinazione personalistica che è venuta ad assumere nel nostro ordinamento, è pur sempre, insieme, diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività (art. 32 Cost.). Ora proprio la vicenda qui in esame è esemplare di tale stretta e vitale interrelazione, interrelazione che radica la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. A fronte del diritto, inviolabile, che il paziente ha, e – nel caso di specie – si è visto dal giudice ordinario definitivamente riconosciuto, di rifiutare le cure, interrompendo il trattamento sanitario non (più) voluto, sta correlativamente l’obbligo, da parte dell’amministrazione sanitaria, di attivarsi e di attrezzarsi perché tale diritto possa essere concretamente esercitato, non potendo essa contrapporre a tale diritto una propria nozione di prestazione sanitaria né subordinare il ricovero del malato alla sola accettazione delle cure. Non può dunque l’Amministrazione sanitaria sottrarsi al suo obbligo di curare il malato e di accettarne il ricovero, anche di quello che rifiuti un determinato trattamento sanitario nella consapevolezza della certa conseguente morte, adducendo una propria ed autoritativa visione della cura o della prestazione sanitaria che, in termini di necessaria beneficialità, contempli e consenta solo la prosecuzione della vita e non, invece, l’accettazione della morte da parte del consapevole paziente.

(Fonte: OLIR)

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Il Consiglio di Stato si pronuncia sul caso Englaro

Il Consiglio di Stato si pronuncia sul caso Englaro, respingendo l’appello proposto dalla Regione Lombardia contro la sentenza del TAR Lombardia n. 314 del 2009 e sancendo che la nutrizione e l’idratazione artificiale costituiscono trattamenti medici.

«Il diritto di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes e, quindi, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che private. La manifestazione di tale consapevole rifiuto renderebbe doverosa la sospensione dei mezzi terapeutici, il cui impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda alla sua volontà. Tale obbligo sussiste anche ove sia sospeso il trattamento di sostegno vitale, con conseguente morte del paziente, giacché tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una forma di eutanasia, bensì la scelta insindacabile del malato di assecondare il decorso naturale della malattia sino alla morte».

Consiglio di Stato sentenza n. 4460/2014 del 2.9.2014

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Sheffield Teaching Hospitals NHS Foundation Trust v TH and Anor [2014] EWCOP (22 maggio 2014) – direttive anticipate di trattamento

La Court of Protection ha preso in considerazione la richiesta della compagna di un uomo in stato vegetative persitente e irreversibile di interrompere I trattamenti di sostegno vitale. Pur rinviando la decisione ad un momento successivo al deposito di esami clinici più dettagliati, il giudice ha ricostruito – attraverso le testimonianze delle persone più vicine al paziente – le sue volontà.

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(Fonte Biodiritto.org)

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“COLPA MEDICA – RIFIUTO DELLE CURE DEL PAZIENTE ED ERRATA DIAGNOSI DEL MEDICO” – Giuseppe DE MARCO

Cassazione, IV sezione penale, sentenza n.17801 del 28 aprile 2014

Una signora muore per un tumore non diagnosticato dal medico curante. Nel corso delle varie visite mediche, nonostante la patologia fosse riconoscibile, il medico si era orientato per l’origine psicologica dei disturbi lamentati dalla paziente.

Chiamato in giudizio per rispondere del reato di omicidio colposo, il medico avanzava la tesi difensiva del rifiuto delle cure da parte della paziente, la quale nelle ultime settimane di vita avrebbe volontariamente evitato qualunque terapia. Invero, da diverse testimonianze emergeva che la donna confidava nella esattezza della valutazione medica, avendo appreso dal medico che le proprie condizioni di salute non avevano base organica.

Condannato in primo grado e in appello (nel secondo grado, tuttavia, la pena inflitta è stata ridotta), il medico ricorre in Cassazione lamentandosi della mancata analisi, da parte dei giudici, del quadro clinico complessivo, da cui emergerebbe un rifiuto delle cure e l’accettazione della morte da parte della paziente.

La Corte di Cassazione ribadisce il principio già espresso negli anni passati sia da altre sezioni penali sia dalla sezione civile della Suprema Corte, in tema appunto di rifiuto di cure mediche[1].

La sentenza che qui si evidenzia è importante perché con essa la Cassazione riformula lo stesso principio, proiettandolo sulla fattispecie esaminata, nel modo che segue:

“in tema di colpa medica, il rifiuto di cure mediche consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata e informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità”.

Nel caso in questione, c’è stata inequivocabilmente una diagnosi errata. A tale diagnosi la paziente ha ritenuto di dover aderire, rifiutando di assumere farmaci antidepressivi, che non avrebbero certo modificato il decorso della grave patologia. Non vi è spazio alcuno, allora, secondo i giudici, per l’ipotizzato rifiuto di cure; tra l’altro, “in nessun momento la paziente venne portata a conoscenza dal sanitario o da altri dell’effettiva natura e gravità della patologia che l’affliggeva”. Il rifiuto di cure deve essere affermato espressamente, “non potendosi intendere per tale un comportamento meramente passivo, che può trovare anche nelle scadute condizioni di salute la propria causa”.

Al di là del caso in questione, risolto, come detto, dalla assorbente circostanza della errata diagnosi, che ha condizionato il comportamento della paziente, va detto che sentenze del genere aiutano a comprendere il punto nodale in tema di colpa medica: la spia della negligenza medica è rappresentata sempre da una mancata o insufficiente o non chiara informazione. L’esercizio della libertà, anche di non curarsi, deve essere consapevole.



[1] “l dissenso alle cure mediche, per essere valido e esonerare così il medico dal potere-dovere di intervenire, deve essere espresso, inequivoco e attuale; si è quindi giudicato non sufficiente una generica manifestazione di dissenso formulata ex ante e in un momento in cui il paziente non era in pericolo di vita, essendo necessario che il dissenso sia manifestato ex post, ovvero dopo che il paziente sia stato pienamente informato sulla gravità della propria situazione e sui rischi derivanti dal rifiuto delle cure (Cass. Civ. sez.3 sent.n.23676/2008; Cass.pen. sez.1 sent.n.26446/2002)”.

(Fonte: Persona e Danno)

Consenso informato: la violazione del principio di autodeterminazione non è un danno-evento

Il trib. di Bari con la sentenza del 18 luglio 2013 torna sull’annosa questione del consenso informato e stabilisce che la sola violazione del diritto fondamentale all’autodeterminazione del paziente per mancata informazione dei rischi correlati alla prestazione sanitaria e dei risultati ottenibili, non costituisce di per sé un danno risarcibile, ma è necessario dar prova delle conseguenze pregiudizievoli che ne sono derivate.

In altre parole non è l’ingiustizia insita nel fatto menomativo del diritto ad una “scelta consapevole” il fondamento giuridico del rimedio risarcitorio (danno-evento), in quanto il pregiudizio non è mai in re ipsa ma un danno-conseguenza che il leso deve provare.

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Testimone di Geova sedato ed emotrasfuso: lo strano caso dell’ordinanza 15 gennaio 2013 dell’Uff. Indagini Preliminari di Torino

La vicenda che presentiamo in quest’articolo è sintomatica della situazione di grande caos nella quale versa nel nostro Paese il diritto di autodeterminazione, in assenza di una legislazione chiara che sia capace da un lato di tutelare il diritto alla salute dei pazienti (inteso non meramente nell’accezione clinica) e dall’altro i sanitari (ostaggio del timore di essere incriminati qualora non tutelino la vita dei pazienti).

Il provvedimento a cui si fa riferimento è l’ordinanza del 15/01/2013 dell’Ufficio indagini preliminari di Torino (il testo è stato scaricato dalla rivista on line “Penale Contemporaneo.it”). Su questo caso si fa rinvio all’ottimo commento di Valsecchi Alfio, pubblicato su “Il Corriere del Merito”, n. 8-9/2013, pg. 860 ss..

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