Il consenso informato nel rapporto di cura

Il dibattito più recente non manca di elementi di critica, anche aspra, alla medicina tradizionale, alle politiche pubbliche in ambito sanitario e alla tendenza alla medicalizzazione della vita, o almeno di alcune sue fasi. Tuttavia, gli spettacolari progressi scientifici compiuti in campo medico negli ultimi decenni hanno generato un sentimento di fiducia spesso sproporzionato nelle possibilità terapeutiche, alimentando aspettative illusorie, che sono spesso destinate a rimanere frustrate. D’altro canto, l’accettazione di un trattamento da parte del paziente è sempre stata legata, già prima che l’etica medica e la giurisprudenza elaborassero la moderna nozione di consenso informato, ad una aspettativa del malato riguardo alla propria salute. Il malato che oggi decide di sottoporsi un trattamento, esercitando il proprio diritto all’autodeterminazione terapeutica, lo fa, in definitiva, per le medesime finalità per cui, in tempi meno recenti, si sarebbe affidato al medico paternalista. Oggi però, il paziente medio dispone di una conoscenza di partenza molto maggiore di quella che poteva avere, fino a poche decine di anni fa, chi si rivolgeva ad un medico. Questo costituisce sicuramente un vantaggio per l’acquisizione del consenso, ma può anche rivestire aspetti problematici.

Se le informazioni di cui dispone conducono il paziente a nutrire aspettative sproporzionate rispetto alle possibilità che la medicina può offrirgli. Se confida in una guarigione facile e completa quando questa sia improbabile, o se non è consapevole dei rischi di insuccesso cui può andare incontro, l’ottenimento di un beneficio inferiore o di un esito diverso da quello sperato può incrinare il rapporto di fiducia tra il medico ed il paziente. L’informazione ed il consenso non servono quindi soltanto a garantire l’autodeterminazione del paziente ma sono oggi divenuti indispensabili anche per rinsaldare questo rapporto. Leggi l’articolo dal sito Persona e Danno.

(Fonte: Persona e Danno)

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