Corte Costituzionale: manifestamente inammissibile la questione di legittimità dell’art. 3 del Decreto Balduzzi

Il 6 dicembre scorso la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità, sollevata dal Tribunale di Milano, in relazione all’art. 3 del Decreto Balduzzi.

Si riporta il testo dell’ordinanza (fonte: Il Sole 24 Ore) e un collage di alcuni commenti:

“La pronuncia della Corte costituzionale era particolarmente attesa: non solo per il rilievo mediatico avuto dall’ordinanza di rimessione del giudice milanese, ma anche e soprattutto in ragione dei diversi problemi – interpretativi e prima ancora di legittimazione all’interno del sistema – posti dalla disposizione in esame, che in sostanza limita alla colpa grave la responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria che si sia attenuto a linee guida e best practices, quando le circostanze del caso concreto richiedevano (macroscopicamente) di discostarvisi. Senonché le attese sono rimaste frustrate in ragione di un vizio dell’ordinanza di rimessione, che la Corte costituzionale ha sanzionato con la manifesta inammissibilità della questione proposta, senza pertanto entrare nel merito della stessa, per valutarne la fondatezza o meno: il giudice a quo – si legge nell’ordinanza allegata – “ha omesso di descrivere compiutamente la fattispecie concreta sottoposta al suo giudizio e, conseguentemente, di fornire una adeguata motivazione allarilevanza della questione”. In particolare, il giudice rimettente si è limitato a premettere di essere investito di un processo per lesioni personali gravi contestate ad alcuni operatori sanitari “per colpa generica e per violazione dell’arte medica”, ma non ha specificato “la natura dell’evento lesivo, le modalità con le quali esso sarebbe stato accusato e il grado della colpa ascrivibile agli imputati”; ma “soprattutto non ha precisato se, nell’occasione, i medici si siano attenuti – o, quantomeno, se sia sorta questione in ordine al fatto che essi si siano attenuti – a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica proprie del contesto di riferimento, così che possa venire effettivamente in rilievo l’applicabilità della norma censurata”. L’insufficiente descrizione della fattispecie concreta, aggiunge la Corte, si estende d’altra parte (sia consentito il gioco di parole) alla generica contestazione della colpa generica, senza riferimento particolare all’imperizia. L’ordinanza allegata fornisce infatti all’interprete una sola indicazione ‘di merito’ allorché, nella parte conclusiva, avalla la tesi emersa in giurisprudenza e in dottrina secondo cui “la limitazione di responsabilità prevista dalla norma censurata viene in rilievo solo in rapporto all’addebito di imperizia, giacché le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia: non, dunque, quando all’esercente la professione sanitaria sia ascrivibile, sul piano della colpa, un comportamento negligente o imprudente” …  Dopo l’ordinanza in esame, il giudice che intenderà sollevare nuovamente questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto Balduzzi dovrà motivare con particolare cura la rilevanza della questione stessa, nel giudizio a quo, descrivendo la fattispecie concreta in relazione:

  • alla condotta colposa, che dovrà essere realizzata, da soggetto esercente la professione sanitaria, violando regole di perizia
  • al grado della colpa, nonchè al nesso con l’evento;
  • all’esistenza di linee guida o buone pratiche accreditate, proprie del contesto di riferimento”.

(Fonte. PenaleContemporaneo.it)

“Troppo fumosa l’ordinanza di rimessione del giudice a quo, che ha mancato di descrivere la fattispecie concreta sottoposta al suo esame impedendo alla Corte costituzionale «la necessaria verifica della rilevanza della questione». Ma non c’è solo questo. Quasi a replicare alle censure del tribunale – secondo cui la norma sarebbe equivoca, non tassativa, confusa e violerebbe i principi di uguaglianza e ragionevolezza – i giudici costituzionali ricordano che nelle prime pronunce sul tema la Cassazione ha ritenuto, in accordo con la dottrina maggioritaria, «che la limitazione di responsabilità prevista dalla norma censurata venga in rilievo solo in rapporto all’addebito di imperizia, giacché le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia: non, dunque, quando all’esercente la professione sanitaria sia ascrivibile, sul piano della colpa, un comportamento negligente o imprudente». Come a dire: l’articolo 3 ha una portata circoscritta” . (Il Sole 24 Ore)

“A giudizio della Corte, nell’ordinanza di rinvio, «il rimettente non specifica la natura dell’evento lesivo, le modalità con le quali esso sarebbe stato causato e il grado della colpa ascrivibile agli imputati; ma, soprattutto, non precisa se, nell’occasione, i medici si siano attenuti – o, quantomeno, se sia sorta questione in ordine al fatto che essi si siano attenuti – a “linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica” proprie del contesto di riferimento, così che possa venire effettivamente in discussione l’applicabilità della norma censurata». Secondo la Corte, inoltre, «occorre anche considerare come, nelle prime pronunce emesse in argomento, la giurisprudenza di legittimità abbia ritenuto – in accordo con la dottrina maggioritaria – che la limitazione di responsabilità prevista dalla norma censurata venga in rilievo solo in rapporto all’addebito di imperizia, giacché le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia: non, dunque, quando all’esercente la professione sanitaria sia ascrivibile, sul piano della colpa, un comportamento negligente o imprudente». Impossibile dunque valutare la rilevanza della questione, stante, come unica indicazione da parte del giudice a quo, il riferimento a un «processo nei confronti di alcuni operatori sanitari di un istituto ortopedico, imputati del reato di lesioni personali gravi, cagionate ad una paziente «con colpa generica e per violazione dell’arte medica». (Biodiritto.org)

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