Linee guida e imperizia “lieve” del medico dopo il Decreto Balduzzi: i primi orientamenti della Cassazione

Su Diritto Penale e Processo n. 6/2013, pg. 691 Risicato Lucia riporta un commento alle prime pronunce della Corte di Cassazione sulla portata applicativa del Decreto Balduzzi.

L’art. 3 comma 1 della suddetta legge (n. 189/2012) viene definito dall’autrice ad un “koan della filosofia zen: una domanda senza risposta logica immediata, formulata per stimolare la meditazione”.

In base alla novella legislativa “l’esercente le professioni sanitarie che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 c.c. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.

Almeno tre, secondo l’autrice, sono gli interrogativi posti dalla nuova legge:

– l’ambito di estensione della disposizione (visto che si parla genericamente di “esercente le professioni sanitarie”)

– la trasformazione delle linee guida in una sorta di “limite negativo” della tipicità colposa

– la distinzione “inedita” nel panorama penalistico fra colpa “lieve” e colpa “grave”.

Sulla portata e sul ruolo delle linee guida merita riportare alcuni passaggi dell’articolo e citare le sentenze che sono commentate dall’autrice (Cass. pen. Sez. IV Sentenza, 24 gennaio 2013, n. 11493Cass. pen. Sez. IV Sentenza, 29 gennaio 2013, n. 16237).

Le sentenze in commento danno atto dell’eterogeneità delle fonti delle linee guida, del loro diverso livello di scientificità e dell’ambivalenza dei loro scopi: “diverse sono le ragioni per le quali le direttive non sono in grado di offrire standard legali precostituiti; non divengono, cioè, regole cautelari secondo il classico modello della colpa specifica: da un lato la varietà ed il diverso grado di qualificazione delle linee guida; dall’altro, soprattutto, la loro natura di strumenti di indirizzo e orientamento, privi della prescrittività propria di una regola cautelare, per quanto elastica” (v. Cass. 16237/2013).

La Cassazione valorizza nondimeno l’unica indicazione testuale “indiziante”: la norma attribuisce rilevanza a discipline accreditate nella comunità scientifica, con tendenziale esclusione di raccomandazioni “ispirate ad esclusive logiche di economicità della gestione sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente” (v. Cass. 11493/2013).

…le linee guida non possono che contenere regole di perizia, essendo indirizzate – come nella natura delle discipline di cui all’art. 43 c.p. – ad una cerchia selezionata di destinatari dotata di conoscenze specialistiche. Ne consegue che l’effetto abrogativo legato all’entrata in vigore dell’art. 3, comma 1, l. n. 189/2012 riguarderà le sole ipotesi di colpa professionale del sanitario, e non anche quelle per negligenza e imprudenza…

È poi ribadito il ruolo non meccanicistico delle linee guida già evidenziato dalla precedente giurisprudenza della Cassazione: l’adeguamento – o la “disobbedienza” – del medico alle linee guida non esclude né implica ipso facto la colpa. Indispensabile è quindi una verifica parallela, da compiere se necessario tramite perizia, della correttezza delle scelte terapeutiche in concreto: la posizione di garanzia assunta dal medico nei confronti del paziente gli impone, per di più, di non rispettare disposizioni, considerazioni, valutazioni o direttive calate dall’alto che si pongano in qualunque modo in contrasto con le esigenze di cura del malato.

(Fonte: Dir. Pen. e Processo)

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