Fonti e principi deontologici

CONSENSO INFORMATO E DIRITTO ALLA VITA

Viene sostenuto da alcuni studiosi che il diritto alla vita è il “diritto dei diritti” o di “rango superiore”, l’unico diritto assoluto “perché presupposto logico della titolarità e dell’esercizio di ogni altro diritto”, e che, conseguentemente, in presenza di un pericolo concreto per la vita del paziente, il suo rifiuto di una terapia ritenuta indispensabile non sia vincolante per il medico:

A. Fiori, G. Iadecola, “Stato di necessità medica, consenso del paziente e dei familiari, cosiddetto ‘diritto di morire’, criteri per l’accertamento del nesso di causalità”, in Rivista italiana di medicina legale, gennaio-marzo 1996, pp. 302-18; M. Berri, “Solo la vita è un diritto”, in Avvenire, 5 dicembre 1982; M. Berri, “Il valore della vita”, in Il Tempo, 16 dicembre 1983; L. Eusebi, “Sul mancato consenso al trattamento terapeutico: profili giuridico-penali”, in Rivista italiana di medicina legale, luglio-settembre 1995, pp. 727-40; G. Iadecola, ” ‘Diritto di morire’ e potestà medica di curare”, in Cassazione penale, dicembre 1997, pp. 3661-6; G. Iadecola, “La responsabilità penale del medico tra posizione di garanzia e rispetto della volontà del paziente. (In tema di omessa trasfusione di sangue ‘salvavita’ rifiutata dal malato)”, in Cassazione penale, marzo 1998, pp. 950-8; G. Iadecola, “In tema di rilevanza penale — come delitto doloso contro la vita e l’incolumità individuale — del trattamento medico eseguito senza il consenso del paziente”, in Rivista italiana di medicina legale, marzo-aprile 2001, pp. 219-28; V. Plumitallo, “Quale libertà senza diritto alla vita?”, in Avvenire, 4 settembre 1982; A. Fiori, “Per un riequilibrio tra dovere di globale beneficialità nella prassi medica ed esigenze del diritto in tema di consenso informato”, in Rivista italiana di medicina legale, novembre-dicembre 1998, pp. 1143-63.

Comunque molti giuristi rigettano questa impostazione del problema, che in pratica mira ad annullare i princìpi dell’inviolabilità della libertà personale anche nelle scelte terapeutiche, e negano che la vita fisica sia il diritto dei diritti, sostenendo invece che imprescindibili valori etici, secondo un apprezzamento personale, hanno maggiore dignità e valenza della vita stessa, e che in ogni caso la persona va considerata nella pienezza dei valori ad essa collegati. A tale proposito la sentenza n. 238 del 1996 della Corte costituzionale (in Rivista italiana di medicina legale, luglio-ottobre 1996, pp. 1197-208) afferma che l’art. 13 della Costituzione “appronta una tutela che è centrale nel disegno costituzionale, avendo ad oggetto un diritto inviolabile, quello della libertà personale, rientrante tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell’individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita ed all’integrità fisica, con il quale concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona”. Quindi il diritto inviolabile della libertà personale insieme al diritto alla vita costituisce la “matrice prima di ogni altro diritto”. Senza il consenso del paziente ogni attività terapeutica non è dunque lecita. Circa il “diritto alla libertà sessuale”, la sentenza n. 561 del 1987 della Corte costituzionale afferma che “il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana che l’art. 2 Cost. impone di garantire”. Oltre che nel campo terapeutico, la libertà personale può prevalere sulla vita in molti altri casi: quando qualcuno sceglie consapevolmente di praticare sport rischiosi; nel caso di chi svolge servizi armati a tutela della sicurezza dei cittadini o in difesa della Patria; in caso di legittima difesa; quando una donna sceglie di morire piuttosto che essere stuprata; quando qualcuno per scopi scientifici o umanitari mette a rischio la sua esistenza.

Anche le sottoindicate fonti sostengono che la questione della scelta o del rifiuto delle cure è inscindibilmente connessa con alcuni fondamentali valori della persona umana:

1) Principi di etica medica europea, che si affiancano ai vari codici nazionali di deontologia, approvati dalla Conferenza internazionale degli ordini dei medici degli stati membri della CEE, tenuta a Bruxelles il 6 gennaio 1987:

Art. 1: “Compito del medico è la difesa della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della vita e della dignità della persona umana senza discriminazione di età, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, d’ideologia politica e di qualsiasi altra natura in tempo di pace come in tempo di guerra”.

Art. 3: “Il medico non può imporre al paziente le proprie opinioni personali, filosofiche, morali e politiche nell’esercizio della sua professione”.

Art. 4: “Salvo il caso d’urgenza, il medico illustrerà al malato gli effetti e le conseguenze prevedibili della terapia. Acquisirà il consenso del paziente, soprattutto quando gli atti proposti comportino un rischio serio.

Il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del suo paziente”.

Art. 12: “La medicina comporta in ogni circostanza il rispetto costante della vita, dell’autonomia morale e della libera scelta del paziente. Tuttavia il medico può, in caso di malattia incurabile e in fase terminale, limitarsi a lenire le sofferenze fisiche e morali del paziente fornendogli i trattamenti appropriati e conservando per quanto possibile la qualità di una vita che si spegne. È dovere imperativo assistere il morente sino alla fine ed agire in modo da consentirgli di conservare la sua dignità”. Un testo completo dei princìpi approvati dalla conferenza di Parigi si trova in A. Colafigli, F. Introna, M. Tantalo, Il Codice di deontologia medica 1995, Giuffrè, Milano, 1996, pp. 305-10.

2) Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, 8 luglio 1985, in Il diritto di famiglia e delle persone, ottobre-dicembre 1985, pp. 1001-1017:

“La norma costituzionale richiamata [art. 32 Cost.], che contiene una riserva di legge assoluta, nel senso che i casi ed i motivi dei trattamenti obbligatori devono essere specificatamente previsti dalla legge, riguarda non solo cure sanitarie protratte, ma anche interventi di qualsiasi genere sulla persona, sia diagnostici che terapeutici, compreso il ricovero in ospedale o la trasfusione di sangue. . . . È evidente infatti che qualsiasi trattamento sanitario, previsto come obbligatorio in astratto dalla legge — nella fattispecie, non vi è alcuna previsione per le trasfusioni di sangue e per il connesso ricovero ospedaliero coatto — non potrebbe in nessun caso infrangere i diritti inviolabili della persona umana (è indissolubile il collegamento tra l’art. 32, 2° comma, e l’art. 2 e quindi con il 1° comma dell’art. 3 Cost.). Tra questi diritti della persona umana, assume una particolare rilevanza quello alla fede religiosa, che ricomprende, nel concetto di professione (art. 19), non solo l’aspetto interno ed i profili di culto, ma il diritto a vivere ed operare osservando i precetti religiosi, con l’unico limite del buon costume e dell’osservanza degli altri doveri inderogabili per Costituzione. Da qui il diritto anche al rispetto delle convinzioni religiose e delle regole religiose volontariamente recepite dal singolo, come diritto della persona a poter osservare i precetti della propria fede e a non subire le prescrizioni dell’autorità, salvi i limiti costituzionali sovraindicati”.

3) Corte di Assise di Firenze, 18 ottobre 1990, in Rivista italiana di medicina legale, 1991, pp. 1333-56:

“Emerge in maniera evidente un principio basilare al quale l’attività del medico deve ispirarsi e, comunque, sottomettersi: il consenso del malato. Ciò che, in parole assai semplici, significa poi che nulla il medico può fare senza il consenso del paziente o addirittura contro il volere di lui, il che, anche, corrisponde ad un principio personalistico di rispetto della libertà individuale e ad una configurazione del rapporto medico-paziente che bene la difesa di PC ha individuato nella figura del paziente come portatore di propri diritti fondamentali, e dunque come uomo-persona, uomo-valore e non come uomo-cosa, uomo-mezzo, soggetto a strumentalizzazioni anche odiose per fini che sono stati spesso ammantati di false coperture di progresso scientifico o di utilità collettiva. Giustamente viene ricordato come i principi costituzionali in materia abbiano trovato concreta applicazione in leggi ordinarie quali la legge 180/1978 in materia di Istituti Psichiatrici e la legge n. 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale che hanno posto il consenso del paziente quale elemento centrale del sistema.

Dunque il consenso del paziente è la condizione imprescindibile perché possa legittimamente esercitarsi nei suoi confronti qualsiasi attività medico-chirurgica e ciò, ovviamente, con le dovute eccezioni previste dalla legge (es. vaccinazioni obbligatorie) e richiamate anche dall’art. 32 della Costituzione. . . . È infatti di tutta evidenza che nel diritto di ciascuno di disporre, lui e lui solo, della propria salute ed integrità personale, pur nei limiti previsti dall’ordinamento, non può che essere ricompreso il diritto di rifiutare le cure mediche, lasciando che la malattia segua il suo corso anche fino alle estreme conseguenze: il che, a ragione non può essere considerato il riconoscimento di un diritto positivo al suicidio, ma è invece la riaffermazione che la salute non è un bene che possa essere imposto coattivamente al soggetto interessato dal volere o, peggio, dall’arbitrio altrui, ma deve fondarsi esclusivamente sulla volontà dell’avente diritto, trattandosi di una scelta che, come bene ha detto la difesa di PC, riguarda la qualità della vita e che, pertanto, lui e lui solo può legittimamente fare. Nella specie doveva essere lasciato alla libera scelta della DL[la paziente] se trascorrere i non moltissimi giorni di una vita ormai non lontana dalla fine in maniera fisicamente e psicologicamente dignitosa, ovvero subire il trauma di un intervento chirurgico cruento e devastante, con scarsissime probabilità di riuscita ‘quoad vitam’, con degenza ospedaliera lunghissima, dolorose medicazioni, sconvolgimento delle funzioni naturali, con applicazione di un ano artificiale, in una situazione quindi fisicamente dolorosa e psicologicamente umiliante”.

4) Corte Suprema di Cassazione, Sez. V Pen., 13 maggio 1992, n. 5639, in Il diritto di famiglia e delle persone, ottobre-dicembre 1992, pp. 1007-16:

“Si deve ritenere che, se il trattamento non consentito ha uno scopo terapeutico e l’esito sia favorevole, il reato di lesioni sussiste, non potendosi ignorare il diritto di ognuno di privilegiare il proprio stato attuale (art. 32, comma secondo Cost.), e che a fortiori il reato sussiste ove l’esito sia sfavorevole”.

5) Tribunale di Milano, Sez. VI, 4 dicembre 1997, in Rivista italiana di medicina legale, novembre-dicembre 1998, pp. 1129-43:

“Nel diritto di ciascuna persona di disporre della propria salute ed integrità personale pur nei limiti previsti dal nostro ordinamento, deve essere ricompreso il diritto di rifiutare le cure mediche, lasciando che la malattia segua il suo corso, anche fino alle estreme conseguenze, trattandosi di una scelta che riguarda la qualità della vita”.

6) Pretura di Treviso, decreto 29 aprile 1999, in Il Foro italiano, 1999, II, coll. 668-9:

“In linea di massima il soggetto ha il diritto di avvalersi o rifiutare le cure che il medico gli prospetta; esiste cioè un diritto di non curarsi anche se tale condotta espone il soggetto al rischio stesso della vita”.

7) Tribunale di Milano, Sez. V Civ., 24 marzo 2005:

“Il diritto in esame appartiene ai diritti inviolabili della persona, ed è espressione del diritto all’autodeterminazione in ordine a tutte le sfere ed ambiti in cui si svolge la personalità dell’uomo, fino a comprendere anche la consapevole adesione al trattamento sanitario (con legittima facoltà di rifiutare quegli interventi e cure che addirittura possano salvare la vita del soggetto)”.

8) Corte Suprema di Cassazione, Sez. IV Pen., 4 luglio-21 ottobre 2005, n. 38852 (in Rivista italiana di medicina legale, marzo-aprile 2006, pp. 395-9):

“E certamente, pur versando in pericolo di vita, il trattamento terapeutico e, ancor meno, le modalità del trasporto, non potevano essere imposte contro la volontà del paziente”.

9) Corte Suprema di Cassazione, Sez. I Civ., 4-16 ottobre 2007, n. 21748 (in Famiglia e diritto, n. 2, 2008, pp. 129-36; in Danno e responsabilità, n. 4, 2008, pp. 421-32; in Rivista italiana di medicina legale, n. 1, 2008, pp. 271-94), caso Englaro.

10) Tribunale di Roma, 23 luglio 2007 (in Diritto penale e processo, n. 1, 2008, pp. 59-68; in Rivista italiana di medicina legale, n. 1, 2008, pp. 294-330) riguardante il caso Welby.

11) T.A.R. della Lombardia, 26 gennaio 2009, n. 214, sempre sul caso Englaro:

“Il principio costituzionale del ‘consenso informato’ (art. 32 Cost.), sta alla base del rapporto medico-paziente e costituisce norma di legittimazione del trattamento sanitario. Ad esso è correlata non solo la facoltà del paziente di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale. Il rifiuto delle terapie mediche, anche quando conduca alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale. Posto che l’esigenza di tutela dei valori di libertà e dignità della persona sono realizzabili anche dall’incapace, avvalendosi degli strumenti posti a suo presidio (art. 357 c.c. ss., art. 424 c.c.), deve ritenersi che all’individuo che, prima di cadere irreversibilmente nello stato di totale ed assoluta incoscienza, tipica dello stato vegetativo permanente, abbia manifestato, in forma espressa o anche attraverso i propri convincimenti, il proprio stile di vita e i valori di riferimento, l’inaccettabilità dell’idea di un corpo destinato, grazie a terapie mediche, a sopravvivere alla mente, l’ordinamento dà la possibilità di far sentire la propria voce in merito alla disattivazione di quel trattamento attraverso il rappresentante legale […] Il massimo organo giurisdizionale dello Stato italiano ha ritenuto, all’esito della attività di interpretazione del diritto oggettivo, che ad esso massimamente compete, di enucleare e riconoscere in capo a ciascun individuo il diritto assoluto a rifiutare le cure ad esso somministrate in qualunque fase del trattamento e per qualunque motivazione filosofica, religiosa, etica; ove sussistano le condizioni sopra descritte, anche nel caso di persona in stato vegetativo permanente […] Il diritto costituzionale di rifiutare le cure, come descritto dalla Suprema Corte, è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata”. 

 

 

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