“AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO E RIFIUTO DELLA TERAPIA: CHI DECIDE SE IL SOGGETTO ADULTO E’ CAPACE?” – Riccardo MAZZON

Naturalmente, la determinazione di chi rifiuti una terapia (così come, d’altronde, quella di chi ne accetti l’effettuazione) dev’essere autentica e genuina; quid juris, a tal proposito, nel caso in cui il soggetto (adulto):

  • non sia in grado di manifestare la propria volontà a causa del suo stato di totale incapacità;
  • non abbia, prima di cadere in tale condizione, allorché era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, specificamente indicato, attraverso dichiarazioni di volontà anticipate, quali terapie egli avrebbe desiderato ricevere e quali invece avrebbe inteso rifiutare, nel caso in cui fosse venuto a trovarsi in uno stato di incoscienza?

A tal proposito, si è osservato come – seppur soltanto in casi estremi: dovendo il potere di rappresentanza essere orientato alla tutela del diritto alla vita del rappresentato – all’individuo che, prima di cadere nello stato di totale ed assoluta incoscienza (tipica quella dello stato vegetativo permanente), abbia manifestato, in forma espressa o anche attraverso i propri convincimenti, il proprio stile di vita e i valori di riferimento, l’inaccettabilità per sé dell’idea di un corpo destinato, grazie a terapie mediche, a sopravvivere alla mente, l’ordinamento dia la possibilità di far sentire la propria voce, in merito alla disattivazione di quel trattamento, attraverso la figura del rappresentante legale:

“ai sensi del combinato disposto degli art. 357 e 424 c.c., nel potere di “cura della persona” conferito al rappresentante legale dell’incapace non può non ritenersi compreso il diritto-dovere di esprimere il consenso “informato” alle terapie mediche. La “cura della persona” implica non solo la cura degli interessi patrimoniali, quanto – principalmente – quelli di natura esistenziale, tra i quali vi è indubbiamente la salute intesa non solo come integrità psicofisica, ma anche come diritto sia di farsi curare che di rifiutare la cura : tale diritto non può trovare infatti limitazione alcuna quando la persona interessata non è in grado di determinarsi. Pertanto, l’alimentazione forzata, in quanto atto invasivo e coercitivo della sfera psicofisica, non può essere disposta che su provvedimento motivato del giudice, nei casi tassativamente previsti dalla legge, nel rispetto dell’art. 13 cost. e mai contro la dignità umana, come esigono gli art. 2 e 32 cost. Il tutore, investito della cura della persona, è, poi, legittimato a richiedere il pronunciamento della autorità giudiziaria sui trattamenti invasivi della integrità psicofisica dell’incapace poiché in questa sede agisce non nella veste di rappresentante dell’interdetta, bensì in quella riconosciuta dall’art. 357 c.c. di soggetto deputato alla cura della persona dell’incapace” (App. Milano 15 novembre 2006, Redazione Giuffrè, 2009 – cfr. amplius, da ultimo, “Responsabilita’ oggettiva e semioggettiva”, Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012).

Il tutore (o amministratore di sostegno:

“l’art. 405 c.c. – il quale prevede la possibilità di nomina dell’amministratore di sostegno anche per la “cura” del beneficiario – va inteso nel senso che, pur trattandosi di scelte personalissime e di diritti costituzionalmente tutelati, l’amministratore ben può essere autorizzato a sostituirsi nel diritto di autodeterminazione del beneficiario prestando in sua vece il consenso informato alle prestazioni sanitarie e al ricovero in mancanza di espresso dissenso manifestato del beneficiario medesimo” (Trib. Catania, sez. I, 22 settembre 2006, Redazione Giuffrè, 2007),

in ogni caso, deve sempre:

  • agire nell’esclusivo interesse dell’incapace;
  • decidere non al posto dell’incapace né per l’incapace, ma con l’incapace – ricostruendo, cioè, la presunta volontà del paziente incosciente, già adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita della coscienza -.

In tal fattispecie, il compito del giudice è limitato al controllo della legittimità della scelta, operata dal tutore (o Amministratore di Sostegno).

Nel caso di malato che giace da moltissimi anni in stato vegetativo permanente,

“il diritto costituzionale di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di un struttura sanitaria pubblica o privata. La manifestazione di tale consapevole rifiuto rende quindi doverosa la sospensione di mezzi terapeutici il cui impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda con il mondo dei valori e la visione di vita dignitosa che è propria del soggetto. Qualora l’ammalato decida di rifiutare le cure (ove incapace, tramite rappresentante legale debitamente autorizzato dal giudice tutelare), tale ultima manifestazione di rifiuto fa immediatamente venire meno il titolo giuridico di legittimazione del trattamento sanitario (ovvero il consenso informato), costituente imprescindibile presupposto di liceità del trattamento sanitario medesimo, venendo a sorgere l’obbligo giuridico (prima ancora che professionale o deontologico) del medico di interrompere la somministrazione di mezzi terapeutici indesiderati. Tale obbligo giuridico sussiste anche ove si tratti di trattamento di sostegno vitale il cui rifiuto conduca alla morte, giacché tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una forma di eutanasia (per tale dovendo intendersi soltanto il comportamento eziologicamente inteso ad abbreviare la vita e che causa esso positivamente la morte) bensì la scelta insindacabile del malato a che la malattia segua il suo corso naturale fino all’inesorabile exitus” (T.A.R. Lombardia Milano, sez. III, 26 gennaio 2009, n. 214, GC, 2009, 3, 788),

la decisione andrà vagliata:

  • in contraddittorio con un nominando curatore speciale (a rassicurazione che il tutore non agisca nel proprio interesse e seguendo proprie aspettative od esigenze);
  • a condizione che lo stato vegetativo non lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno;
  • nella certezza che l’istanza sia realmente espressiva della voce del paziente medesimo (precedenti dichiarazioni, personalità, stile di vita, convincimenti).

(Fonte: PersonaeDanno; 29.012013)

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