Trasfusione coatta su testimone di Geova: (App. Milano, I Sez. Civ., 19 agosto 2011, n. 2359/2011)

Riportiamo dal sito “Persona e Danno” una breve nota di commento sul tristissimo episodio occorso a Remo Liessi, trasfuso coattivamente nonostante il suo rifiuto lucido ed immediatamente dopo deceduto.

“Gent.mo professore, siamo lieti di inviarLe in allegato la sentenza della Corte di Appello di Milano, I Sez. Civ., del 19 agosto 2011, n. 2359/2011, presidente dott. Giuseppe Patrone, che riguarda la causa intentata dalla vedova del ministro di culto della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, il sig. Remo Liessi, trasfuso coattivamente nel maggio del 1996 dai medici dell’ospedale San Carlo di Milano dove era stato ricoverato per una neoplasia gastrica maligna mentre era pienamente cosciente e capace. Il paziente purtroppo moriva mentre era in corso la trasfusione coatta.

La vedova Liessi conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Milano l’Ospedale San Carlo ed i dott.ri responsabili della trasfusione coatta, contestando loro la condotta inadeguata ed illegittima tenuta nei confronti del defunto marito per aver violato il diritto di autodeterminazione del congiunto, la sua integrità fisica, la sua dignità, la sua libertà personale, il suo diritto di professare il credo religioso di appartenenza, ed infine per averne causato la morte tra sofferenze fisiche, morali ed umiliazioni.

Con sentenza n. 14883/2008, il Tribunale di Milano, giudice unico dott.sa Maria Jole Fontanella, negava in concreto il diritto del Liessi di rifiutare l’emotrasfusione, ma riteneva inadeguato e brutale il comportamento dei sanitari e pertanto solo per quest’ultimo li condannava in solido con l’Ospedale S. Carlo al risarcimento dei danni causati a Remo Liessi ed alla moglie Vittoria De Amicis in Liessi per complessive € 32.000,00.

In considerazione di tale ingiusta sentenza la Sig.ra Liessi proponeva ricorso in Appello per i seguenti tre motivi così come sono espressi nella stessa sentenza della Corte di Appello di Milano del 19 agosto 2011: a) con il primo motivo l’appellante censura la decisione del Tribunale di Milano che avrebbe negato il diritto di autodeterminazione del paziente ricoverato, la cui violazione integra gli estremi dei reati di cui agli artt. 589, 605 e 610 c.p.; b) con il secondo motivo l’appellante ha censurato la decisione del Tribunale di Milano che ha negato la violazione del diritto del Liessi ad essere dimesso dall’Ospedale S. Carlo; c) con il terzo motivo l’appellante ha dedotto la inadeguatezza del risarcimento liquidato e il mancato riconoscimento del danno patrimoniale.

La Corte di Appello di Milano con la sentenza del 19 agosto 2011, n. 2359/2011 ha ritenuto fondati tutti e tre i motivi di ricorso.

In particolare in relazione al primo motivo alla pag. 16-17 si legge: “Rileva la Corte che la proposta censura appare del tutto fondata dal momento che decisione resa in questi termini dal primo giudice è contraddittoria, perché pone sul piano della norma Costituzionale norme di rango inferiore, perché non trova riscontro nei dati normativi vigenti, perché svuota di contenuto gli artt. 2, 13, 32, 2° c. e 19 Cost., negando il diritto del paziente ricoverato di rifiutare un trattamento sanitario, perché è ancorata al vecchio modo di concepire il rapporto medico/paziente, perché nega il principio del “consenso informato”, inteso come sintesi dei diritti all’autodeterminazione e alla salute, principio ormai consolidato nella giurisprudenza della Corte Costituzionale, della Corte di Cassazione Sezioni Penali, della Corte di Cassazione Sezioni Civili, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e recepito ampiamente dalla giurisprudenza dei Tribunali e delle Corti di merito”.
Di conseguenza si può affermare senza alcun dubbio che la scriminante dello stato di necessità può operare, in campo medico, solo nei casi di urgenza, quando manchi del tutto la possibilità di conoscere la volontà del paziente in relazione al trattamento sanitario giudicato assolutamente necessario.

Il caso tipico è quello che si realizza in campo medico-chirurgico, quando la situazione di urgenza non consente di attendere che il paziente incosciente riprenda conoscenza ed esprima il proprio consenso o rifiuto all’atto terapeutico.
Al contrario, come nel caso del Sig. Liessi, quando la persona sia cosciente e capace di intendere e volere, se manifesta un consapevole “dissenso” al trattamento medico, non può essere “obbligata” a sottostarvi e l’art. 54 c.p. si arresta per un suo limite normativo implicito innanzi all’esercizio di un diritto fondamentale dell’individuo, costituzionalmente tutelato.
Se, invece, dallo stato di necessità discendesse un potere per il medico di intervenire sul paziente contro la sua lucida ed informata volontà, ne deriverebbe che una norma di rango secondario derogherebbe ai principi costituzionali dell’autodeterminazione, della libertà personale e religiosa.

A sostegno di ciò alla pag. 19 della sentenza i giudici hanno affermato “… che come la salute, neppure la tutela del bene vita, in realtà, può giustificare, alla luce del dettato costituzionale, la limitazione del diritto di autodeterminazione del paziente circa le cure cui sottoporsi. È inconciliabile, infatti, con la previsione dell’art. 32 2° comma Cost., la limitazione del diritto di autodeterminazione fondato sulla tutela prevalente del bene vita, sulla indisponibilità della vita ai sensi dell’art. 579 c.p. e 580 c.p., che sono norme peraltro di rango subordinato a quello costituzionale. Peraltro questa stessa Corte si è espressa in argomento con il decreto n. 88, del 25 giugno 2008, allorché alla pag. 27, ha affermato che non esiste nel nostro ordinamento giuridico nessun bene vita, inteso ‘come un’entità esterna all’uomo, che possa imporsi … anche contro ed a dispetto della volontà dell’uomo’ ma esiste invece il bene di vivere da uomo libero con la propria identità e dignità”.
Per quanto riguarda la liquidazione del danno, il terzo motivo del ricorso dell’appellante, la Corte ha affermato: “Orbene esaminando con animo scevro da pregiudizi l’intera vicenda oggi sottoposta alla delibazione della Corte non pare revocabile in dubbio che: a – il Liessi, legato ad un letto di ospedale, in presenza degli agenti della Polizia di Stato che allontanava dalla sua stanza la moglie, i parenti e gli amici, ha subito la più umiliante violazione della libertà personale; b – il Liessi, trasfuso coattivamente dopo essere stato legato ad un letto e privato del conforto dei cari, è stato offeso nella sua dignità di uomo, prima ancora che di ministro di culto; c – il. Liessi è stato costretto a subire la violazione dei principi religiosi in cui credeva fermamente, tanto da dedicare la sua vita per insegnarli agli altri, il Liessi è stato offeso anche nel suo profondissimo sentimento religioso, di ministro di culto e di fedele. d – al Liessi è stato negato il diritto di vivere il tempo rimasto nella serena consapevolezza di aver rispettato sempre i precetti religiosi cui aveva improntato la sua vita e quindi è stato leso il suo diritto all’identità personale.

Quindi, accanto ed oltre al danno biologico per la violazione della sua integrità fisica, ricorre nel caso del Liessi la violazione della libertà di autodeterminazione del paziente, della sua libertà personale, della sua dignità, della sua libertà religiosa, tutte posizioni riconosciute e tutelate dalla Costituzione. Trattasi – come è evidente – dì violazioni di diritti tutti costituzionalmente garantiti e tutelati, onde assai rilevante deve ritenersi essere stato il vulnus sofferto dal paziente Liessi Remo, morto vittima di profonda sofferenza morale, subendo la violazione di diritti costituzionali che ogni comunità democratica giudica inviolabili e che avrebbero meritato ben altra considerazione. E tale diversa considerazione è chiamata ad operare la Corte la quale, in coerenza con quanto fin qui affermato liquida unitariamente il ridetto danno non patrimoniale (o danno morale soggettivo) nella somma di € 300.000,00 in moneta attuale e quindi con l’aggiunta dei soli interessi legali dalla data della decisione dì secondo grado al saldo”.

In relazione ai danni subiti dalla vedova la Corte d’Appello si è così espressa: “A proposito della posizione del coniuge superstite va detto che nella condotta degli odierni appellati sono sicuramente ravvisabili alcune ipotesi di reato quanto meno sotto il profilo della violenza privata e del sequestro di persona con le aggravanti ex art. 112 c.p., con la conseguenza che bene a costei – che di gran parte della vicenda è stata testimone oculare e che per altra parte l’ha vissuta con lo strazio del soggetto escluso con la forza dal luogo nel quale si sono consumati le violenti condotte ai danni del coniuge deve essere liquidato per queste sofferenze anche il danno morale ex art. 185 c.p. e 2059 c.c., oltre al danno morale per la perdita del coniuge. Tale danno morale globalmente la Corte stima equo determinare nella complessiva misura di € 100.000,00, sempre in moneta attuale e quindi con l’aggiunta dei soli interessi legali dalla data della decisione di secondo grado al saldo”.
Sono toccanti le parole espresse dalla Corte nella parte finale delle motivazioni, pag. 23 “In ultima analisi questa Corte non può non condividere appieno le argomentazioni conclusive svolte sul punto dalla difesa dell’appellante allorché afferma che ‘Alla base di questo dilemma c’è, in un’ultima analisi, l’erronea interpretazione del proprio ruolo, ancorato evidentemente all’idea sbagliata che il medico sia il dominus della salute del paziente e che debba fare tutto quanto reputi necessario nell’interesse di questi. Vi è inoltre la presunzione dei medici di una sorta di validità assoluta del proprio sistema di valori e quindi l’erronea convinzione che i beni che intendevano tutelare (la salute e la vita del paziente) valessero universalmente come beni superiori, secondo una personalissima quanto limitata scala dì valori, in cui peraltro non si teneva conto della salute, intesa come benessere psichico dell’individuo, e della vita, intesa nel suo senso più ampio, comprendente il diritto a scegliere come vivere (comprendente anche il come morire), sostanziato dal diritto di autodeterminazione, dal diritto all’integrità del corpo ed al rifiuto di interventi non desiderati’.

Riteniamo che questa sentenza, ben argomentata nelle sue motivazioni dai giudici della Corte di Appello di Milano, possa contribuire ad affermare definitivamente diritti di rango costituzionale quali quelli alla libertà di autodeterminazione del paziente, alla sua libertà personale, alla sua dignità e alla sua libertà religiosa.
L’occasione ci è gradita per inviarLe i nostri più cordiali saluti.

Daniele Gabriele – Ufficio Legale Congregazione Testimone di Geova

Riportiamo anche il testo della sentenza.

(Fonte: Persona e Danno; 29.12.2011)

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