Ordinamenti stranieri

 

Stati Uniti:

L’ordinamento americano compie un approccio che pone alla base dei diritti individuali il Right of pursuiting and obtaining happiness, esaltando come fondamentale il diritto alla privacy e alla autodeterminazione. Esso lega di conseguenza il concetto di dignità alla qualità della vita affidando al singolo individuo il compito esclusivo di determinare il senso della propria dignità.

Negli Stati Uniti, quando negli anni ‘70 si comincia a parlare di autode­terminazione ed autonomia, si comincia a dibattere di “consenso informato”, di “diritti del malato” e cominciano ad apparire timidamente le prime bozze di “living will”, te­stamento biologico, testamento di vita. Ma è, sempre in quegli anni, con il caso “Quinlan” che l’argomento vie­ne alla ribalta dei media con un no­tevole impatto.

La Corte Suprema del New Jersey “riconobbe il diritto, costituzional­mente garantito, di far cessare l’impiego di mezzi straordinari, atti ad assicurare un artificiale prolunga­mento della vita di persone affette da gravissime ed irreversibili infer­mità mentali e riconobbe ancora che tale diritto potesse essere esercitato sia direttamente dall’interessato sia da un suo rappresentante” (Salito op.cit.)

Nell’ottobre del 1976 entra in vigore il “Natural Death Act” dello Stato della California che tratta compiutamente del “consenso/dissenso infor­mato”, dei diritti del malato e della possibilità di esprimere direttive an­ticipate in materia di trattamenti terapeutici o di sostegno vitale. Da qui un susseguirsi di pronunzie giurisprudenziali e di provvedimenti legislativi, tra cui gli “Uniform Acts” non vincolanti, ma comunque validi per tutti gli Stati Uniti. Ad oggi quasi tutti gli Stati si sono dotati di normazioni, per lo più mi­nuziose, sui “living will” e le diret­tive anticipate o procura sanitaria ed alcuni (Illinois, South Dakota e Texas), consci dei problemi concer­nenti l’autenticità del documento e la sua pubblicità, si sono dotati di Registri Generali, consultabili dai medici, telefonicamente o via Inter­net.

Uno dei principali casi trattati dalla giurisprudenza americana è il caso di Nancy Cruzan, deciso dalla Suprema Corte americana nel 1990.

A seguito di un incidente stradale avvenuto nel gennaio dell’83, Nancy Cruzan da vari anni si trovava in stato vegetativo

 

permanenente (SVP). Oltre a non avere più capacità cognitive non poteva bere, mangiare o far fronte ad altre necessità elementari. I genitori, basandosi sul fatto che Nancy avesse più volte espresso il desiderio di non continuare a vivere se si fosse trovata in SVP (Stato Vegetativo permanente) fecero ricorso al Tribunale del Missouri per chiedere che venissero interrotti i trattamenti di sostegno vitale. La Corte Suprema postulò, per la prima vola, il diritto a morire e lo fece negando l’autorizzazione, poiché non esisteva una volontà realmente documentata, sostenendo, quindi, la liceità di una manifestazione di volontà in tal senso, se legalmente documentata.

Affermò poi: “Una persona incapace ha gli stessi diritti di una persona capace, in quanto ad entramve è riconosciuta la stessa dignità”.

 

Gran Bretagna:

Anche qui si menziona uno dei principali casi decisi dalla dalla High Court of Justice Family Division d’Inghilterra il 22 marzo 2002, il caso di Miss B.

Il 26 agoisto 1999 Miss B. viene ricoverata a causa di un’emorragia che la rende poi invalida. Dopo alterne e sfortunate vicende

 

Miss B. ri­mane paralizzata dal corpo in giù. Il 23 marzo 2001 subisce un’altra operazione con la quale spera di ri­solvere in parte i suoi problemi. L’esito è negativo e Miss B., per la prima volta, chiede di sospendere il trattamento di sostentamento vitale, quindi la macchina per la ventilazio­ne artificiale.

L’ospedale in cui è ricoverata richie­de esami psichiatrici perché non la ritiene pienamente capace. A questo punto, è un susseguirsi di perizie psichiatriche discordanti fra loro e di richieste da parte di Miss B. di sospensione dei trattamenti di so­stentamento vitale. Miss B. oltre ad avere richiesto ver­balmente la sospensione dei tratta­menti di sostentamento vitale aveva redatto due “living will” (testamenti di vita) con i quali anticipava il suo rifiuto a quei trattamenti. Uno dopo il primo ricovero, il 4 set­tembre 1999, ed uno il 24 febbraio 2000.

Il primo venne ritenuto dai medici inefficace perché non particolareggiato, il secondo ancora inefficace per­ché redatto quando la paziente di­venne terminale quindi per questo, a giudizio dei medici, incapace, interpretazione questa davvero originale.

“All’esito del procedimento il giudi­ce dichiarerà Miss B. perfettamente capace, accertando di conseguenza il diritto della donna di rinunciare per il futuro a trattamenti vitali, e così puntualizzando:

  • che si deve presumere la capacità del paziente di adottare decisioni sa­nitarie;
  • che, nel caso in cui ci si trovi di fronte ad un paziente capace, la volontà di questi debba essere integralmente rispettata, anche se egli inten­da rifiutare trattamenti; e che l’inte­resse del paziente nella valutazione del medico non assuma alcuna rile­vanza;
  • che, in caso di dubbio sulla capa­cità del paziente, il dubbio stesso debba essere risolto rapidamente dai
    medici;
  • che, mentre è in corso il giudizio  sulla capacità del paziente, costui debba essere curato secondo la valutazione del suo interesse effettuata dal medico;
  • che, in caso di dubbio quanto alla capacità del paziente, il medico do­vrà astenersi dal compiere, in meri­to, valutazioni che si basino sull’as­similazione del rifiuto del trattamen­to a causa di incapacità;
  • che, nella valutazione sulla capa­cità, dovranno essere interpellati esperti indipendenti;
  • che il personale sanitario deve te­nere presente che una persona gra­vemente malata sotto il profilo fisi­co, ma che sia capace di assumere decisioni sanitarie, va trattata come ogni altra persona capace.

Sono tutte indicazioni che verranno seguite fino a un certo punto e, co­munque per poco tempo, dai sanitari. Il 30 aprile 2002 Miss B. muore”. (Paolo Cendon, I malati terminali e i loro diritti, Giuffrè, 2003).

Vedi anche: H. T. Engelhardt jr., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano, 1991, pp. 287-382; S. S. Fluss (Capo dell’Ufficio Legislazione sanitaria dell’O.M.S.), “Comparative Overview of International and National Developments in Regard to Patients’ Rights Legislation”, in Patients’ Rights, Nerenius & Santérus Publishers, Stoccolma 1994, pp. 439-71; A. Santosuosso, “Il paziente non cosciente e le decisioni sulle cure: il criterio della volontà dopo il caso Cruzan”, in Il Foro italiano, 1991, IV, coll. 66-72.

Belgio

Legge del 22 agosto 2002 (in Rivista italiana di medicina legale, marzo-aprile 2004, pp. 440-7):

Art. 8, comma 4: “Il paziente ha il diritto di rifiutare o di revocare il proprio consenso al trattamento. A richiesta del paziente o del professionista, l’atto di rifiuto o di revoca del consenso è riportato per iscritto e allegato alla cartella clinica del paziente. Il rifiuto o la revoca del consenso non implica l’estinzione del diritto del paziente, nei confronti del professionista, a prestazioni sanitarie di qualità, come indicato nell’articolo 5. Se il paziente, ancora in grado di esercitare personalmente i diritti stabiliti in questa legge, dichiara per iscritto che rifiuta il proprio consenso a un determinato trattamento sanitario, questo rifiuto deve essere rispettato fino al momento in cui il paziente stesso, pienamente capace di esercitare i propri diritti, non lo revoca”.

Francia

Legge del 4 marzo 2002, n. 2002-303 (in Rivista italiana di medicina legale, marzo-aprile 2004, pp. 448-65):

Art. 1111-4 c.s.p.: “Il medico deve rispettare la volontà della persona interessata, dopo averla informata delle conseguenze della propria scelta. Se la volontà di quest’ultima di rifiutare o di interrompere un trattamento pone la stessa in pericolo di vita, il medico deve adoperarsi in ogni modo per convincerla ad accettare le cure indispensabili. Nessun atto medico né alcun trattamento può essere realizzato senza il consenso libero ed informato della persona interessata e tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento”.

 

Riferimenti dottrinali:

Un’ampia ricostruzione degli orientamenti propri del sistema nord-americano con riguardo all’interruzione dei trattamenti in pazienti in stato vegetativo permanente è curata da L. Gaudino, “L’esperienza statunitense”, in Scelte sulle cure e incapacità: dall’amministrazione di sostegno alle direttive anticipate, a cura di M. Borsellino, Insubria University Press, 2007, pp. 97 ss..

Un’accurata rassegna sulla prospettiva in materia degli stati europei è invece condotta da S. Cacace, “Informazione, consenso e rifiuto di cure: (il)liceità del trattamento sanitario e (im)possibile conciliazione fra diritti del paziente e libertà del sanitario”, in Dir. priv. eur. e dir. fondam., a cura di E. Comandì, 2004, p. 77 ss.

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