Consenso informato e responsabilità medica – Cass. Civ. 19731/2014

La Cassazione, con la sentenza che si riporta, ha esaminato un caso di responsabilità medica e, di conseguenza, ha potuto ribadire gli interessanti principi di diritto che hanno di volta in volta consolidato gli orientamenti giurisprudenziali riguardo l’importanza di dare al paziente la giusta informazione e le conseguenze, in termini di responsabilità, in caso di mancanza ovvero incompleta prestazione del consenso informato.

Sul punto la Cassazione ha osservato che “Il fondamento del consenso informato,come richiamato nei punti 4.1, 4.2 e 4.3 delle sezioni unite civili 11 novembre 2008 n. 26973, viene ad essere configurato come elemento strutturale dei contratti di protezione, quali sono quelli che si concludono nel settore sanitario. In questi gli interessi da realizzare attengono alla sfera della salute in senso ampio, di guisa che l’inadempimento del debitore della prestazione di garanzia è idonea a ledere diritti inviolabili della persona cagionando anche pregiudizi non patrimoniali”.

Secondo la Corte, dunque, “l’informazione esatta sulle condizioni e sui rischi prevedibili di un intervento chirurgico o su un trattamento sanitario per accertamenti in prevenzione o in preparazione, se costituisce di per sé un obbligo o dovere che attiene alla buona fede nella formazione del contratto ed è elemento indispensabile per la validità del consenso che deve essere consapevole, al trattamento terapeutico e chirurgico, è inoltre un elemento costitutivo della protezione del paziente con rilievo costituzionale, per gli artt. 2, 3, 13 e 32 della Costituzione. assieme ad altre norme di diritto positivo, che nel corso del tempo abbiano da aumentare le garanzie a favore dei consumatori del bene della salute“.

Orbene, continuano i giudici, “applicando i principi di garanzia al caso concreto ed in tema di adempimento o esatto adempimento ad una completa ed adeguata informazione, la erronea applicazione della CORTE in tema di principi del consenso informato è duplice in quanto : da un lato presuppone che il consenso informato non debba investire anche i rischi dello intervento sanitario allorché essi non siano letali, pur avendo un alto livello di probabilità statistica (-tvp al 50 PER CENTO) e d’altro lato ritiene non dovuta la informazione in presenza di una percentuale statistica di mortalità dell’uno per cento, perché fenomeno prossimo al fortuito, mentre la valutazione del rischio appartiene al titolare del diritto esposto, e cioè al paziente e costituisce una operazione di bilanciamento che non può essere annullata in favore della parte che interviene sia pure con intenti salvifici. SUSSISTE DUNQUE LA PROVA EVIDENTE DELL’INADEMPIMENTO IN RELAZIONE ALLA MANCATA E COMPLETA INFORMAZIONE SUL RISCHIO INERENTE AL PRIMO INTERVENTO, con l’effetto che su tale punto resta fermo l’an debeatur, mentre per il quantum dovranno essere riesaminate le pretese risarcitorie dell’erede che agisce in proprio o in tale veste, come si dovrà desumere dall’atto introduttivo“.

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(Fonte: Sentenze Cassazione.com)

 

Il Consiglio di Stato si pronuncia sul caso Englaro

Il Consiglio di Stato si pronuncia sul caso Englaro, respingendo l’appello proposto dalla Regione Lombardia contro la sentenza del TAR Lombardia n. 314 del 2009 e sancendo che la nutrizione e l’idratazione artificiale costituiscono trattamenti medici.

«Il diritto di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes e, quindi, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che private. La manifestazione di tale consapevole rifiuto renderebbe doverosa la sospensione dei mezzi terapeutici, il cui impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda alla sua volontà. Tale obbligo sussiste anche ove sia sospeso il trattamento di sostegno vitale, con conseguente morte del paziente, giacché tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una forma di eutanasia, bensì la scelta insindacabile del malato di assecondare il decorso naturale della malattia sino alla morte».

Consiglio di Stato sentenza n. 4460/2014 del 2.9.2014

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L’amministrazione di sostegno – Diritto 24

L’amministrazione di sostegno è un istituto che festeggia quest’anno dieci anni dalla nascita.
L’Istituto vede la sua introduzione, dopo un lungo iter parlamentare, con la Legge 9 gennaio 2004 n.6 ed è stato salutato come una delle più grandi novità normative degli ultimi anni in un ambito che non è estraneo alle polemiche quando si tratta di introdurre novità “rivoluzionarie”.

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(Fonte: Diritto24-Il Sole 24 Ore)

Senza consenso informato del paziente l’ospedale risarcisce

Prima di essere sottoposto a un intervento il paziente deve ricevere una corretta informativa sui rischi e sulla degenza: in mancanza di consenso informato, anche se non ci sono responsabilità mediche o danni, l’ospedale è tenuto al risarcimento del danno. Leggi il resto dell’articolo

(Fonte: La Legge per tutti)

 

Sheffield Teaching Hospitals NHS Foundation Trust v TH and Anor [2014] EWCOP (22 maggio 2014) – direttive anticipate di trattamento

La Court of Protection ha preso in considerazione la richiesta della compagna di un uomo in stato vegetative persitente e irreversibile di interrompere I trattamenti di sostegno vitale. Pur rinviando la decisione ad un momento successivo al deposito di esami clinici più dettagliati, il giudice ha ricostruito – attraverso le testimonianze delle persone più vicine al paziente – le sue volontà.

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(Fonte Biodiritto.org)

Burwell v. Hobby Lobby, US Supreme Court, 30 giugno 2014: libertà religiosa e contraccezione

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che le previsioni del PPACA che impongono ai datori di lavoro di includere anche l’aborto e la contraccezione nell’assicurazione sanitaria dei proprio dipendenti, anche in caso di obiezione di coscienza per motivi religiosi degli imprenditori, violano le norme sulla libertà religiosa, in particolare il Religious Freedom Restoration Act.

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(Fonte: Biodiritto.org)

“COLPA MEDICA – RIFIUTO DELLE CURE DEL PAZIENTE ED ERRATA DIAGNOSI DEL MEDICO” – Giuseppe DE MARCO

Cassazione, IV sezione penale, sentenza n.17801 del 28 aprile 2014

Una signora muore per un tumore non diagnosticato dal medico curante. Nel corso delle varie visite mediche, nonostante la patologia fosse riconoscibile, il medico si era orientato per l’origine psicologica dei disturbi lamentati dalla paziente.

Chiamato in giudizio per rispondere del reato di omicidio colposo, il medico avanzava la tesi difensiva del rifiuto delle cure da parte della paziente, la quale nelle ultime settimane di vita avrebbe volontariamente evitato qualunque terapia. Invero, da diverse testimonianze emergeva che la donna confidava nella esattezza della valutazione medica, avendo appreso dal medico che le proprie condizioni di salute non avevano base organica.

Condannato in primo grado e in appello (nel secondo grado, tuttavia, la pena inflitta è stata ridotta), il medico ricorre in Cassazione lamentandosi della mancata analisi, da parte dei giudici, del quadro clinico complessivo, da cui emergerebbe un rifiuto delle cure e l’accettazione della morte da parte della paziente.

La Corte di Cassazione ribadisce il principio già espresso negli anni passati sia da altre sezioni penali sia dalla sezione civile della Suprema Corte, in tema appunto di rifiuto di cure mediche[1].

La sentenza che qui si evidenzia è importante perché con essa la Cassazione riformula lo stesso principio, proiettandolo sulla fattispecie esaminata, nel modo che segue:

“in tema di colpa medica, il rifiuto di cure mediche consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata e informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità”.

Nel caso in questione, c’è stata inequivocabilmente una diagnosi errata. A tale diagnosi la paziente ha ritenuto di dover aderire, rifiutando di assumere farmaci antidepressivi, che non avrebbero certo modificato il decorso della grave patologia. Non vi è spazio alcuno, allora, secondo i giudici, per l’ipotizzato rifiuto di cure; tra l’altro, “in nessun momento la paziente venne portata a conoscenza dal sanitario o da altri dell’effettiva natura e gravità della patologia che l’affliggeva”. Il rifiuto di cure deve essere affermato espressamente, “non potendosi intendere per tale un comportamento meramente passivo, che può trovare anche nelle scadute condizioni di salute la propria causa”.

Al di là del caso in questione, risolto, come detto, dalla assorbente circostanza della errata diagnosi, che ha condizionato il comportamento della paziente, va detto che sentenze del genere aiutano a comprendere il punto nodale in tema di colpa medica: la spia della negligenza medica è rappresentata sempre da una mancata o insufficiente o non chiara informazione. L’esercizio della libertà, anche di non curarsi, deve essere consapevole.



[1] “l dissenso alle cure mediche, per essere valido e esonerare così il medico dal potere-dovere di intervenire, deve essere espresso, inequivoco e attuale; si è quindi giudicato non sufficiente una generica manifestazione di dissenso formulata ex ante e in un momento in cui il paziente non era in pericolo di vita, essendo necessario che il dissenso sia manifestato ex post, ovvero dopo che il paziente sia stato pienamente informato sulla gravità della propria situazione e sui rischi derivanti dal rifiuto delle cure (Cass. Civ. sez.3 sent.n.23676/2008; Cass.pen. sez.1 sent.n.26446/2002)”.

(Fonte: Persona e Danno)

“ADS ORA PER ALLORA” – Trib. Modena Sez II° Civile – Guendalina SCOZZAFAVA (Persona e Danno)

Prendendo spunto da un interessante decreto del giudice dr. Roberto Masoni, alcune personali riflessioni sull’amministrazione di sostegno “ora per allora”

Partendo dall’assunto, magistralmente evidenziato in un memorabile passo della Corte di Cassazione, per cui lo stato di incapacità non può privare la persona dei suoi diritti fondamentali tra i quali l’autodeterminazione, si configura come indispensabile la necessità di individuare strumenti capaci di rendere effettiva l’attuazione di tali diritti.

Un’effettività che può trovare adeguata applicazione nel ricorso ad istituti  già contemplati nell’ordinamento giuridico italiano, come l’amministrazione di sostegno, che nella sua flessibile configurabilità diviene strumento di attuazione di progetti di vita all’interno dei quali anche alla salute viene riservato uno spazio di definizione “ora per allora”.

D’altronde lo stesso articolo 408 del c.c. contempla la possibilità che l’amministratore di sostegno venga  “designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità” al fine di proteggere la possibilità del soggetto di conservare, anche laddove fattori esterni inabilitanti rischino di compromettere l’esplicitazione della propria capacità d’agire o di provvedere ai propri interessi, un controllo preventivo sulle proprie scelte di vita future.

Un atto che, inevitabilmente, poggia le propria fondamenta su garanzie fiduciarie tra beneficiario e amministratore di sostegno il quale, fungendo evidentemente da “nuncius” delle decisioni di vita e di cura, sarà chiamato a rappresentare gli interessi del suo amministrato, rispettandone i desideri espressi prima della perdita della capacità di discernimento e attenendosi alle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche.

Si rappresentano dunque nuove potenzialità dell’amministratore di sostegno, che da alcune sentenze pronunciate dai tribunali di Modena [1] così come di Prato, sembrerebbe risultare uno strumento tecnico idoneo a garantire all’interessato compos sui il futuro rispetto delle sue volontà, precedentemente espresse ad esempio attraverso le dichiarazioni anticipate di trattamento, nell’eventualità che in un futuro possa risultare incapace di intendere e volere, non più in grado di manifestare le proprie volontà o più semplicemente riversante in condizioni non funzionali a valutazioni di buonsenso e   ragionevolezza.

In dottrina iniziano a registrarsi dunque diffusi consensi alla tendenza a far ricorso al c.d. testamento di sostegno, inteso come documento con il quale viene designato l’amministratore di sostegno e vengono espresse le volontà anticipate alle quali attenersi in futuro, laddove  confermate dall’amministratore stesso.

Un’applicazione dello strumento amministrativistico che si configurerebbe quale ulteriore amplificazione della sovranità individuale alla quale aspira la legge 06/2004 con un’estensione futura inintaccabile da eventuali fattori esterni più o meno permanenti e invasivi.

Come sostiene il dr. Umberto Veronesi  “è la visione laica a sostenere che ogni uomo ha il diritto, in assoluta autonomia e libertà, di decidere intorno alla propria morte e anzi a rivendicare questo diritto come uno dei diritti fondamentali dell’individuo”.

Personalmente auspico che il testamento biologico, il testamento di sostegno o le dichiarazioni anticipate di trattamento, poco importa il nome di battesimo, sia il frutto di un percorso che passi dal consenso informato inteso come “adesione consapevole del paziente alle decisioni sul trattamento terapeutico, realizzata attraverso una informazione esaustiva e preventiva sulle sue condizioni di salute e soprattutto sui rischi connessi alla terapia stessa”, piuttosto che su uno scontro ideologico.

Attualmente la proposta di legge sul testamento biologico è stata abbandonata a causa delle troppo distanti culture etiche sul problema. Tuttavia molti comuni italiani raccolgono i testi dei cittadini che scrivono le loro dichiarazioni anticipate di trattamento. Tali testi non hanno valore giuridico per le strutture mediche chiamate a decidere nella situazione di fine vita, tuttavia possono essere considerati degli “indicatori culturali” attorno ai quali ragionare anche in termini di potenziamento e implementazione degli strumenti giuridici già esistenti, come l’amministrazione di sostegno.



[1] Un esempio interessante è quello di un decreto del Tribunale di Modena con il quale è stato nominato un amministratore di sostegno ad un soggetto pienamente capace, che aveva espresso precise determinazioni di volontà in previsione di un futuro ed eventuale stato di incapacità che gli impedisse di esprimere il rifiuto a terapie invasive salvifiche. In questo caso il ricorrente, in possesso di piena capacità di intendere e volere e in normali condizioni di salute, con scrittura privata autenticata ha designato, ai sensi dell’art 408 comma 2 cc, la moglie quale amministratore di sostegno, con l’incarico di pretendere il rispetto delle disposizioni terapeutiche dettate con la scrittura stessa per  l’ipotesi di propria eventuale, futura incapacità. Nel ricorso ha altresì chiesto che all’amministratore di sostegno vengano attribuiti, per il tempo di eventuale perdita della capacità auto determinativa e sempre che, nel frattempo, non sia intervenuta manifestazione di volontà contraria, i poteri – doveri di autorizzazione alla negazione di prestare consenso ai sanitari a sottoporlo alle terapie individuate nella scrittura privata anzidetta, nonché di richiedere ai sanitari coinvolti di porre in essere, nell’occasione, le cure palliative più efficaci… Il decreto modenese accoglie l’istanza del ricorrente volta a conferire all’amministratore di sostegno i poteri

(Fonte: Persona e Danno)