Eutanasia, Belgio dice sì anche per i minori

Roma, 27 nov. (Adnkronos Salute) – Il Belgio compie un primo passo, importante verso l’estensione della legge sull’eutanasia ai minori colpiti da una malattia incurabile. La proposta, che mira a estendere il quadro legale che autorizza la ‘dolce morte’, è stata adottata dalla Commissione degli Affari sociali e della Giustizia del Senato, dove si dibatte da diversi mesi sul tema. Approvata a larga maggioranza, fatta eccezione per i cristianodemocratici e il partito di destra Vlaams Belang, sarà sottoposta al voto definitivo delle due Camere del Parlamento belga probabilmente nei prossimi mesi. Il testo prevede che un minore possa domandare di beneficiare dell’eutanasia se colpito da sofferenza fisica insopportabile e che non si placa, in fase terminale. I piccoli pazienti devono essere seguiti da un’equipe medica e ottenere il consenso dei genitori. Uno psicologo dovrà certificarne la capacità di giudizio. Se il progetto di legge sarà approvato definitivamente, il Belgio seguirà l’esempio dei Paesi Bassi, dove la dolce morte per i minori è autorizzata già dal ’98.

(Fonte: StudioCataldi.it)

“MEDICINA DIFENSIVA: VERITA’ O MENZOGNA?” – Nicola TODESCHINI

Riportiamo questo articolo pubblicato sulla rivista Persona e Danno:

Non ho mai nascosto la mia personale riserva per il contegno, gravemente inadempiente, che va sotto l’abusata etichetta di “medicina difensiva”.

Mi pare, in tutta franchezza, che costituisca un esempio delle difficoltà, quasi insuperabili, che vive la categoria dei sanitari allorché si esponga al di là dei confini, peraltro assai vasti e perigliosi, della scienza medica per raggiungere quella del diritto, delle regole ed in particolare della responsabilità.

Prima di affermare che le regole esistenti non piacciono, atteso che prenderne le distanze è comunque legittimo, bisognerebbe conoscerle e spesso le prese di posizione anche delle sigle sindacali più importanti dei sanitari in Italia hanno dimostrato la sostanziale ignoranza del sistema, in particolare civile, delle regole della responsabilità professionale ed anche alcune proposte di legge, provenienti proprio da esponenti della classe medica, denunciano grossolanità che suscitano sincero imbarazzo.

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Testimone di Geova sedato ed emotrasfuso: lo strano caso dell’ordinanza 15 gennaio 2013 dell’Uff. Indagini Preliminari di Torino

La vicenda che presentiamo in quest’articolo è sintomatica della situazione di grande caos nella quale versa nel nostro Paese il diritto di autodeterminazione, in assenza di una legislazione chiara che sia capace da un lato di tutelare il diritto alla salute dei pazienti (inteso non meramente nell’accezione clinica) e dall’altro i sanitari (ostaggio del timore di essere incriminati qualora non tutelino la vita dei pazienti).

Il provvedimento a cui si fa riferimento è l’ordinanza del 15/01/2013 dell’Ufficio indagini preliminari di Torino (il testo è stato scaricato dalla rivista on line “Penale Contemporaneo.it”). Su questo caso si fa rinvio all’ottimo commento di Valsecchi Alfio, pubblicato su “Il Corriere del Merito”, n. 8-9/2013, pg. 860 ss..

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“Il problema della sostituzione nelle decisioni di fine vita” – Trib. Reggio Emilia 24/07/2012

Segnaliamo un puntuale articolo di commento alla pronuncia del Trib. Reggio Emilia del 24/07/2012, a cura di Mariassunta Piccinni , dal titolo “Il problema della sostituzione nelle decisioni di fine vita” (pubblicato su Nuova Giur. Civ, 2013, 03, pg. 209). Di seguito si propongono alcuni passaggi da questo articolo utili per apprezzare la significatività di questo caso che permette di evidenziare almeno tre aspetti di particolare interesse per la presa in carico del paziente «incapace», che si trovi in condizioni critiche alla fine della vita. Continue reading

Salute, risarcimento danni, negligenza, medico e consenso informato

Dal sito www.sentenze-cassazione.com segnaliamo la sentenza n. 42656 9 maggio – 17 ottobre 2013, della IV sezione penale della Corte di Cassazione. Con questa pronuncia la Cassazione ha nuovamente trattato il caso del consenso informato e, nel caso di specie, ha affermato che “la sottoscrizione da parte della paziente del consenso informato, non libera da responsabilità derivante da fatto proprio colposo dell’operatore.”  In particolare la Corte afferma che “è incontestabile che l’attività medico chirurgica, per essere legittima, presuppone il “consenso” del paziente, che non si identifica con quello di cui all’art. 50 c.p., ma costituisce un presupposto di liceità del trattamento: infatti, il medico, di regola ed al di fuori di taluni casi eccezionali (allorché il paziente non sia in grado per le sue condizioni di prestare un qualsiasi consenso o dissenso, ovvero, più in generale, ove sussistano le condizioni dello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p.), non può intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente. In questa prospettiva, il “consenso”, per legittimare il trattamento terapeutico, deve essere “informato”, cioè espresso a seguito di una informazione completa, da parte del medico, dei possibili effetti negativi della terapia o dell’intervento chirurgico, con le possibili controindicazioni e l’indicazione della gravità degli effetti del trattamento. Il consenso informato, infatti, ha come contenuto concreto la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale. Tale conclusione, fondata sul rispetto del diritto del singolo alla salute, tutelato dall’art. 32 Cost.” Pertanto, “la mancanza del consenso (opportunamente informato) del malato o la sua invalidità per altre ragioni, determina l’arbitrarietà del trattamento medico-chirurgico e la sua rilevanza penale, in quanto posto in violazione della sfera personale del soggetto e del suo diritto di decidere se permettere interventi estranei sul proprio corpo, ma la valutazione del comportamento del medico, sotto il profilo penale, quando si sia in ipotesi sostanziato in una condotta (vuoi omissiva, vuoi commissiva) dannosa per il paziente, non ammette un diverso apprezzamento a seconda che l’attività sia stata prestata con o in assenza di consenso. Cosicché il giudizio sulla sussistenza della colpa non presenta differenze di sorta a seconda che vi sia stato o no il consenso informato del paziente. Dunque il consenso informato, anche se corretto e adeguato e corrisposto dalla reale ed integrale comprensione del paziente, non vale ad escludere la colpa del medico che abbia operato negligentemente o imperitamente ovvero in violazione delle leges artis. Ne consegue che a nulla rileva ex se, ai fini dell’esclusione della responsabilità, l’eventuale adeguatezza della comunicazione ed illustrazione dei rischi connessi all’intervento al paziente che si risolse, ciononostante, ad affrontarlo (cfr. Sez. 4, n. 4541 del 2013, Falasco (PC) c. Carlino).” Per un commento si legga l’articolo riportato sul sito www.sentenze-cassazione.com.

(Fonte: www.sentenze-cassazione.com)

L’amministratore di sostegno nell’ordinamento giuridico italiano

Si rinvia ad un articolo pubblicato su Studio Cataldi.it che riepiloga i tratti essenziali dell’amministrazione di sostegno. L’articolo richiama anche le FAQ pubblicate sull’argomento sul sito del Ministero della Giustizia, nonché la modulistica sempre disponibile sul sito del Ministero.

(Fonte: Studio Cataldi.it)

Il consenso informato nel rapporto di cura

Il dibattito più recente non manca di elementi di critica, anche aspra, alla medicina tradizionale, alle politiche pubbliche in ambito sanitario e alla tendenza alla medicalizzazione della vita, o almeno di alcune sue fasi. Tuttavia, gli spettacolari progressi scientifici compiuti in campo medico negli ultimi decenni hanno generato un sentimento di fiducia spesso sproporzionato nelle possibilità terapeutiche, alimentando aspettative illusorie, che sono spesso destinate a rimanere frustrate. D’altro canto, l’accettazione di un trattamento da parte del paziente è sempre stata legata, già prima che l’etica medica e la giurisprudenza elaborassero la moderna nozione di consenso informato, ad una aspettativa del malato riguardo alla propria salute. Il malato che oggi decide di sottoporsi un trattamento, esercitando il proprio diritto all’autodeterminazione terapeutica, lo fa, in definitiva, per le medesime finalità per cui, in tempi meno recenti, si sarebbe affidato al medico paternalista. Oggi però, il paziente medio dispone di una conoscenza di partenza molto maggiore di quella che poteva avere, fino a poche decine di anni fa, chi si rivolgeva ad un medico. Questo costituisce sicuramente un vantaggio per l’acquisizione del consenso, ma può anche rivestire aspetti problematici.

Se le informazioni di cui dispone conducono il paziente a nutrire aspettative sproporzionate rispetto alle possibilità che la medicina può offrirgli. Se confida in una guarigione facile e completa quando questa sia improbabile, o se non è consapevole dei rischi di insuccesso cui può andare incontro, l’ottenimento di un beneficio inferiore o di un esito diverso da quello sperato può incrinare il rapporto di fiducia tra il medico ed il paziente. L’informazione ed il consenso non servono quindi soltanto a garantire l’autodeterminazione del paziente ma sono oggi divenuti indispensabili anche per rinsaldare questo rapporto. Leggi l’articolo dal sito Persona e Danno.

(Fonte: Persona e Danno)

DAT e Amministrazione di sostegno: un’ interessante pronuncia della Cassazione

Anche se risalente a circa un anno fa merita un approfondimento la sentenza della Cass. Civ. Sez. I, n. 23707 del 20 dicembre 2012 (già menzionato in un articolo del 29/01/2013). Interessanti al riguardo sono i commenti che la sentenza di cui sopra ha ricevuto da Matilde Betti [1] e da Antonio Gorgoni [2]. Si riporta di seguito una sintesi dei punti principali riportati nella sentenza in epigrafe, unitamente ad alcuni commenti degli autori sopra citati.

La sentenza si occupa, in particolare, della questione dell’intervento dell’amministratore di sostegno in relazione alle scelte sanitarie espresse precedentemente dal beneficiario del provvedimento. Nel caso di specie P.R., nel pieno delle sue facoltà fisiche e psichiche, con scrittura privata autenticata, designava C.G. quale proprio amministratore di sostegno, in previsione di una propria futura ed eventuale incapacità precisando nel contempo la propria volontà circa le cure mediche alle quali essere o non sottoposta in futuro.

Si tratta del primo intervento della giurisprudenza su una questione che ha diviso sia la giurisprudenza che la dottrina, ossia se possa essere nominato un amministratore di sostegno per attuare, in un futuro eventuale, delle DAT. Il ricorso giunge in Cassazione dopo che sia il giudice di prime cure che quello di secondo grado avevano dichiarato l’inammissibilità della nomina.

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Attenersi o non attenersi alle linee guida? Questo è il dilemma nel post Balduzzi …

Rinviamo a questo interessante articolo di Paolo Piras, pubblicato su www.penalecontemporaneo.it, a commento di due recenti sentenze della Cassazione che hanno applicato quanto esposto dal c.d. Decreto Balduzzi. L’autore si sofferma su quella che dovrebbe essere la corretta interpretazione di quanto è riportato all’art. 3 c.1 della suddetta legge e riassume il concetto con una immagine significativa: “se si naviga seguendo la rotta e si prende uno scoglio, si è responsabili solo se lo scoglio era affiorante. Se invece si naviga fuori rotta, si è responsabili anche se lo scoglio era sommerso”. Per approfondimenti e altri riferimenti dottrinali rinviamo all’articolo.

(www.penalecontemporaneo.it)