La Cassazione è favorevole all’amministratore di sostegno esterno se ci sono conflitti familiari di mezzo

La prima sezione civile della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14190 del 5 giugno 2013, ha introdotto un principio di diritto molto importante in materia di amministrazione di sostegno osservando che, in alcune circostanze particolari, ovvero nel caso in cui vi siano forti conflitti tra familiari, è più opportuno nominare quale amministratore di sostegno un terzo, estraneo alla famiglia, non legato da vincoli di parentela col beneficiario, per tutelare meglio gli interessi dell’amministrato.

In questo modo la Cassazione ha condiviso quanto era già stato deciso dal giudice territoriale poichè anche a parer dei giudici con la toga d’ermellino, la soluziona appena esposta è apparsa qella preferibile rispetto alle altre possibili che non permettevano di esercitare l’incarico di amministratore con la dovuta imparzialità.

(Fonte:  http://www.sentenze-cassazione.com)

Cassazione: non è valido il consenso informato se espresso per intervento chirurgico differente

Il consenso informato è istituto giuridico che affonda le proprie radici nell’art. 32 della Costituzione: il paziente deve essere messo al corrente della situazione patologica e delle terapie che è necessario mettere in atto, di modo che possa autonomamente decidere come comportarsi. Nel caso di specie gli eredi legittimi di un paziente, il quale ha riportato danni irreversibili a seguito di intervento chirurgico, promuovono ricorso avverso la statuizione del giudice di merito, il quale ha rigettato la domanda di risarcimento del danno subito poiché la diagnosi precisa era stata formulata – per necessità attestata da ctu – soltanto in corso di operazione chirurgica. La prova della mancata tempestiva informazione sarebbe poi stata a carico del paziente stesso. Leggi il resto dell’articolo.

(Fonte: Studio Cataldi.it)

Il nesso causale nella responsabilità sanitaria

Un commento de Il Sole 24 Ore su una recente sentenza della Cassazione sez. IV penale 1716 del 14 gennaio 2013, che ha espresso la seguente massima “Nell’accertamento della colpa medica per omissione il nesso causale non può essere desunto da dati statistici. Infatti nella ricostruzione del nesso eziologico, non può assolutamente prescindersi da tutti gli elementi concernenti la causa dell’evento: solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia, è poi possibile analizzare la condotta (omissiva) colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta, l’evento lesivo sarebbe stato evitato al di là di ogni ragionevole dubbio.” Leggi il resto dell’articolo.

(Fonte: Il Sole 24 Ore)

La nuova responsabilitá medica dopo la Balduzzi

Il primo impatto della Decreto Balduzzi sulla responsabilità medica sta cominciando a manifestare i suoi effetti. Nelle pronunce giurisprudenziali, nelle interpretazioni dottrinali, negli atti dei legali, nell’operatività delle coperture assicurative, nel mondo dei professionisti sanitari, nella comunità scientifica medica e nella collettività. Leggi il resto dell’articolo su diritto.it

(Fonte: Diritto.it)

Responsabilità medica, entro le linee guida non scatta la punibilità per la colpa lieve (Decreto Balduzzi)

Riportiamo due articoli de Il Sole 24 Ore a commento di una recente sentenza della Corte di Cassazione che ha affermato, a seguito dell’entrata in vigore dell’articolo 3 della legge 8 novembre 2012 n. 189, la parziale abrogazione delle fattispecie colpose commesse dagli esercenti le professioni sanitarie, poiché si è esclusa la rilevanza penale delle condotte connotate da colpa lieve che si collochino all’interno delle linee guida.

Leggi i due articoli: 1° parte e 2° parte

(Fonte: Il Sole 24 Ore)

L’amministratore di sostegno e l’incapacità futura: Cassazione 20.12.2012 n. 23707

Sulla sentenza della Cassazione 20.12.2012 n. 23707 (testo scaricato dal sito http://www.diritto24.ilsole24ore.com), riportiamo una breve nota di commento che pè stata pubblicata sul sito (http://www.fanpage.it)

L’introduzione dell’amministratore di sostegno (acronimo: ads)  ex art. 404 c.c. e seguenti ha capovolto, per non dire “rivoluzionato” alcuni dei principi base in tema di  incapaci e della loro protezione.

Il sistema posto a protezione degli incapaci presente nel codice civile del 1942 era così congegnato:

a) per il minore è operativa l’incapacità d’agire assoluta fino al compimento della maggiore età, il minore può, entro certi limiti, acquistare una limitata capacità d’agire, – cioè può anticipare la sua piena capacità d’agire – attraverso l’istituto dell’emancipazione, (il quale presuppone la nomina di un curatore che assiste il minore nel compimento degli atti di straordinaria amministrazione);

b) il maggiorenne incapace poteva essere protetto e tutelato tramite due istituti:  l’inabilitazione e  l’interdizione, i quali comportando una riduzione della capacità d’agire, presupponevano una sentenza che dichiarava (accertava) l’incapacità del maggiorenne e permetteva la nomina di un tutore (interdetto) o di un curatore (inabilitato). In mancanza di un’incapacità dichiarata (accertata con  sentenza) il soggetto maggiorenne incapace poteva essere protetto applicando il  meccanismo previsto dall’art.  428 c.c. (Atti compiuti da persona  incapace d’intendere o di volere) c.d. incapacità naturale.  Per come era  congegnato il sistema del codice civile del 1942 prevedeva due istituti “rigidi” sia nei  presupposti di applicazione, sia nelle conseguenze.

L’Amministrazione di sostegno, pur non abrogando il  sistema del codice del 1942 (quindi gli istituti dell’inabilitazione e  dell’interdizione sono ancora in vigore) ha portato ad una nuova  concezione della figura del soggetto da proteggere, con l’amministratore di sostegno si è inteso adeguare il sistema di protezione del soggetto maggiorenne  (il minore è sempre tutelato dalla legge che presuppone l’incapacità d’agire fino al compimento della maggiore età) alle reali esigenze del soggetto da proteggere, in altre parole, l’amministratore di sostegno è come un vestito che deve essere scelto (adeguato nei contenuti) alla taglia del soggetto da proteggere.

Passando ad analizzare le novità introdotte dall’amministratore di  sostegno, come già detto, gli istituti dell’inabilitazione e  dell’interdizione non sono stati abrogati, ma  diventano due ipotesi  “residuali” che si possono applicare solo  se l’amministrazione di sostegno risulta inadeguato alla protezione del soggetto  debole in base alla situazione concreta.

Le differenze tra amministrazione di sostegno e  inabilitazione e interdizione non risiedono nelle diverse “malattie” del  soggetto da proteggere (meno gravi per l’amministratore di sostegno, più  gravi per l’inabilitazione e interdizione), ma per tutti gli istituti (ads,  inabilitazione e interdizione) i presupposti di clinici relativi alla malattia  possono anche coincidere.

In realtà, gli elementi che distingueno l’ads dagli istutti originari del codice civile (inabilitazione e interdizione) possono essere individuati:

1)  l’ads ha un campo di applicazione molto più  ampio, infatti, l’amministratore di sostegno può essere applicato anche al  soggetto “capace” che ha bisogno solo di un (mero) aiuto nello svolgimento di alcune  attività quotidiane (come, ad esempio, la riscossione della pensione da parte di una persona che presenta solo problemi fisici e non psichici) o sussiste  una “incapacità”  (intesa come difficoltà) nella cura dei propri interessi,  quindi l’ads prescinde da una dichiarazione di infermità di mente o da una  malattia psichica (a differenza dell’inabilitazione dell’interdizione), di conseguenza, l’amministratore di sostegno viene nominato con decreto (ex art. 404 c.c.), anche se con una serie di “cautele” procedurali previste negli art. 405 – 407  c.c.

2) l’amministratore di sostegno è un istituto che può  essere adeguato “ritagliato”, “costruito”, di volta in volta, in base alle  reali esigenze del soggetto da proteggere; con l’amministratore di sostegno i reali  poteri e compiti dell’amministratore non si possono dedurre “a priori”, ma  dipendono e variano da soggetto (da proteggere) a soggetto (da proteggere) e  per poter identificare i poteri dell’amministratore di sostegno occorre analizzare e leggere quanto disposto nel provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno. Quindi, per comprendere  i reali compiti dell’amministratore di sostegno occorre leggere il decreto di  nomina. Ecco che si comprende perchè l’art. 405 c.c. individua analiticamente il contenuto del decreto di nomina dell’amministratore di sostegno.

Il motivo di questa rivoluzione copernicana è dato dal fatto  che l’amministratore di sostegno è stato costruito su un nuovo principio di base  il soggetto da proteggere non perde la capacità per gli atti che  l’amministratore di sostegno non deve compiere, quindi, se nel provvedimento di  nomina dell’amministratore di sostegno è previsto che l’amministratore deve solo  riscuotere la pensione il soggetto protetto può compiere da solo tutti gli altri  atti (ovviamente può anche essere previsto che l’amministratore di sostegno  assista nel compimento di tutti gli atti di straordinaria  amministrazione o che sostituisca la persona in tutti gli atti di straordinaria  amministrazione ecc.). In altri termini, quando ci si trova in presenza di una nomina di un ads, non è possibile dire “a priori” in cosa consistono i compiti dell’amministratore e, di converso, non si possono identificare, a priori, i limiti posti al soggetto da proteggere, ma occorre leggere il decreto di nomina per individuare i compiti dell’amministratore e i limiti posti al soggetto da proteggere.

Presupposto della nomina dell’amminstratore di sostegno è l’esistenza di un’attuale e concreta esigenza di protezione del soggetto debole, per cui non è possibile procedere alla nomina di un amministratore di sostegno per una futura (e non attuale, ma solo eventuale) esigenza di protezione del soggetto debole. Questo, però, non esclude che il soggetto debole possa fornire delle preferenze per la futura designazione di una determinata persona come amministratore di sostegno (indicando, appunto, una determinata persona da nominarsi, in futuro, in caso di bisogno, cioè nel caso in cui si dovessero verificare delle esigenze di protezione ed, eventualmente, anche descrivendo quale comportamento dovrà tenere questo futuro amminstratore di sostegno in caso di particolari eventi). L’atto di designazione (anche futura) resta un atto privato che “vincola” il designate e il designato, però, resta fermo il principio che il potere di nominare l’amministratore di sostegno spetta sempre e solo al giudice e la nomina del giudice può essere effettuata sempre e solo quando sono attuali, presenti e reali le esigenze di protezione del soggetto debole e non è possibile una nomina “per il futuro” di un amminsitratore di sostegno.

Ovviamente, come tutte le novità giuridiche, che si innestano in un codice anteriore che ha una propria ”architettura”, anche l’istituto dell’amministratore di sostegno presenta delle incongruenze interpretative, dovute ad una mancanza di coordinamento della riforma con l’originaria disciplina del codice, basta pensare alla questione il soggetto da proteggere deve accettare con beneficio di inventario una eventuale eredità pervenuta (come per gli interdetti e gli inabilitati) oppure se il medesimo soggetto deve farsi autorizzare ex art. 747 cpc per vendere un bene ereditario. Seguendo ed applicando i principi sopra esposti, la risposta a queste domande dovrebbe essere non “assoluta”, ma “relativa”, nel senso che solo quando l’amministratore di sostegno ha poteri molto simili al tutore o al curatore, l’amministrato deve accettare con beneficio di inventario l’eredità e richiedere l’autorizzazione ex art. 747 cpc per vendere un bene ereditario, questo perchè appare eccessivo imporre tali formalità all’amministratore nominato solo per riscuotere la “pensione” o per pagare la bolletta delle forniture energetiche.

(Fonte: http://www.fanpage.it)

Comitato Nazionale Bioetica: La sperimentazione clinica in pazienti adulti o minori che non sono in grado di dare il consenso informato in situazioni di urgenza

Riportiamo il documento “La sperimentazione clinica in pazienti adulti o minori che non sono in grado di dare il consenso informato in situazioni di urgenza”, prodotto da parte dal Comitato Nazionale per la Bioetica.

(Fonte: OLIR; 29.1.2013)

“AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO E RIFIUTO DELLA TERAPIA: CHI DECIDE SE IL SOGGETTO ADULTO E’ CAPACE?” – Riccardo MAZZON

Naturalmente, la determinazione di chi rifiuti una terapia (così come, d’altronde, quella di chi ne accetti l’effettuazione) dev’essere autentica e genuina; quid juris, a tal proposito, nel caso in cui il soggetto (adulto):

  • non sia in grado di manifestare la propria volontà a causa del suo stato di totale incapacità;
  • non abbia, prima di cadere in tale condizione, allorché era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, specificamente indicato, attraverso dichiarazioni di volontà anticipate, quali terapie egli avrebbe desiderato ricevere e quali invece avrebbe inteso rifiutare, nel caso in cui fosse venuto a trovarsi in uno stato di incoscienza?

A tal proposito, si è osservato come – seppur soltanto in casi estremi: dovendo il potere di rappresentanza essere orientato alla tutela del diritto alla vita del rappresentato – all’individuo che, prima di cadere nello stato di totale ed assoluta incoscienza (tipica quella dello stato vegetativo permanente), abbia manifestato, in forma espressa o anche attraverso i propri convincimenti, il proprio stile di vita e i valori di riferimento, l’inaccettabilità per sé dell’idea di un corpo destinato, grazie a terapie mediche, a sopravvivere alla mente, l’ordinamento dia la possibilità di far sentire la propria voce, in merito alla disattivazione di quel trattamento, attraverso la figura del rappresentante legale:

“ai sensi del combinato disposto degli art. 357 e 424 c.c., nel potere di “cura della persona” conferito al rappresentante legale dell’incapace non può non ritenersi compreso il diritto-dovere di esprimere il consenso “informato” alle terapie mediche. La “cura della persona” implica non solo la cura degli interessi patrimoniali, quanto – principalmente – quelli di natura esistenziale, tra i quali vi è indubbiamente la salute intesa non solo come integrità psicofisica, ma anche come diritto sia di farsi curare che di rifiutare la cura : tale diritto non può trovare infatti limitazione alcuna quando la persona interessata non è in grado di determinarsi. Pertanto, l’alimentazione forzata, in quanto atto invasivo e coercitivo della sfera psicofisica, non può essere disposta che su provvedimento motivato del giudice, nei casi tassativamente previsti dalla legge, nel rispetto dell’art. 13 cost. e mai contro la dignità umana, come esigono gli art. 2 e 32 cost. Il tutore, investito della cura della persona, è, poi, legittimato a richiedere il pronunciamento della autorità giudiziaria sui trattamenti invasivi della integrità psicofisica dell’incapace poiché in questa sede agisce non nella veste di rappresentante dell’interdetta, bensì in quella riconosciuta dall’art. 357 c.c. di soggetto deputato alla cura della persona dell’incapace” (App. Milano 15 novembre 2006, Redazione Giuffrè, 2009 – cfr. amplius, da ultimo, “Responsabilita’ oggettiva e semioggettiva”, Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012).

Il tutore (o amministratore di sostegno:

“l’art. 405 c.c. – il quale prevede la possibilità di nomina dell’amministratore di sostegno anche per la “cura” del beneficiario – va inteso nel senso che, pur trattandosi di scelte personalissime e di diritti costituzionalmente tutelati, l’amministratore ben può essere autorizzato a sostituirsi nel diritto di autodeterminazione del beneficiario prestando in sua vece il consenso informato alle prestazioni sanitarie e al ricovero in mancanza di espresso dissenso manifestato del beneficiario medesimo” (Trib. Catania, sez. I, 22 settembre 2006, Redazione Giuffrè, 2007),

in ogni caso, deve sempre:

  • agire nell’esclusivo interesse dell’incapace;
  • decidere non al posto dell’incapace né per l’incapace, ma con l’incapace – ricostruendo, cioè, la presunta volontà del paziente incosciente, già adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita della coscienza -.

In tal fattispecie, il compito del giudice è limitato al controllo della legittimità della scelta, operata dal tutore (o Amministratore di Sostegno).

Nel caso di malato che giace da moltissimi anni in stato vegetativo permanente,

“il diritto costituzionale di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di un struttura sanitaria pubblica o privata. La manifestazione di tale consapevole rifiuto rende quindi doverosa la sospensione di mezzi terapeutici il cui impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda con il mondo dei valori e la visione di vita dignitosa che è propria del soggetto. Qualora l’ammalato decida di rifiutare le cure (ove incapace, tramite rappresentante legale debitamente autorizzato dal giudice tutelare), tale ultima manifestazione di rifiuto fa immediatamente venire meno il titolo giuridico di legittimazione del trattamento sanitario (ovvero il consenso informato), costituente imprescindibile presupposto di liceità del trattamento sanitario medesimo, venendo a sorgere l’obbligo giuridico (prima ancora che professionale o deontologico) del medico di interrompere la somministrazione di mezzi terapeutici indesiderati. Tale obbligo giuridico sussiste anche ove si tratti di trattamento di sostegno vitale il cui rifiuto conduca alla morte, giacché tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una forma di eutanasia (per tale dovendo intendersi soltanto il comportamento eziologicamente inteso ad abbreviare la vita e che causa esso positivamente la morte) bensì la scelta insindacabile del malato a che la malattia segua il suo corso naturale fino all’inesorabile exitus” (T.A.R. Lombardia Milano, sez. III, 26 gennaio 2009, n. 214, GC, 2009, 3, 788),

la decisione andrà vagliata:

  • in contraddittorio con un nominando curatore speciale (a rassicurazione che il tutore non agisca nel proprio interesse e seguendo proprie aspettative od esigenze);
  • a condizione che lo stato vegetativo non lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno;
  • nella certezza che l’istanza sia realmente espressiva della voce del paziente medesimo (precedenti dichiarazioni, personalità, stile di vita, convincimenti).

(Fonte: PersonaeDanno; 29.012013)

La riforma delle professioni sanitarie: la responsabilità del medico

Il decreto legge 158/2012 sulla riforma delle professioni sanitarie è stato convertito in legge, con alcune modificazioni, lo scorso 8 novembre 2012. La legge 189/2012 recante “disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante il più alto livello di tutela della salute” (meglio noto come legge sulla tutela della salute) introduce nel nostro ordinamento alcune importanti novità in merito alla responsabilità civile e penale del medico. L’art. 3 della predetta legge, in particolare, modifica gli aspetti principali della responsabilità da “medical malpractice” (malasanità: carenza di prestazione di servizi sanitari professionali idonei a danneggiare il beneficiario del trattamento) incidendo prevalentemente sul concetto di rischio clinico ed influendo in modo decisivo sull’entità degli oneri da impiegarsi ai fini assicurativi.

L’art. 3 della L. 189/2012 consta di quattro previsioni particolari: enuncia i principi della colpa medica; prevede la costituzione di un fondo assicurativo a copertura degli esercenti professioni sanitarie; spiega i criteri alla base della liquidazione e della compensazione del danno alla persona facendo riferimento agli schemi ed alle tabelle già vigenti per i danni da circolazione stradale e i danni da colpa professionale in campo sanitario (indici contenuti nel Codice delle Assicurazioni Private agli artt. 138 e 139); contiene alcune disposizioni in tema di aggiornamento dell’albo dei consulenti tecnici d’ufficio a disposizione del Giudice in ambito di valutazione dei casi di responsabilità sanitaria.

Per quanto riguarda l’istituzione del Fondo di Garanzia assicurativo a copertura del rischio derivante da responsabilità medica la Legge 189/2012 contiene la previsione di un termine, non vincolante, per l’emanazione del relativo Decreto del Presidente della Repubblica. Tale termine è stato fissato al 30 Giugno 2012. La normativa introduce inoltre un’importante novità riguardante le Compagnie assicurative, le quali potranno recedere unilateralmente dal contratto soltanto dopo l’accertata reiterazione di errori medici imputati al medico assicurato, accertati con sentenza definitiva.

Ulteriore figura introdotta dalla Legge in oggetto è “l’esimente per colpa lieve” riportata dal primo comma dell’art. 3. Passando ad una trattazione degli aspetti penali della vicenda il legislatore ha modificato sostanzialmente la normativa previgente obbligando il Giudice, in fase di accertamento dell’elemento della colpa in pendenza di processo penale, a tenere in debita considerazione il comportamento adottato dall’imputato in relazione al caso concreto, prendendo in esame altresì le linee guida e le “buone pratiche” sanitarie mantenute dalla comunità scientifica nazionale ed internazionale.

Sussistendo questi requisiti, il medico che abbia mantenuto un comportamento in linea con queste convenzioni “non risponde penalmente per colpa lieve”, ferma restando la responsabilità da accertarsi in sede civile ex art. 2043. Sul piano pratico dovranno tenersi ben distinti gli elementi di valutazione della colpa medicale adottati rispettivamente sul piano civile e su quello penale. Come già giurisprudenza consolidata ha sottolineato, i criteri di riferimento non possono essere utilizzati indifferentemente su entrambi i piani di responsabilità, dovendo essere adottate opportune cautele.

Da ciò consegue che, a seguito di errore professionale, una volta dichiarata la non imputabilità del medico nel procedimento penale, ben potrebbe configurarsi comunque ipotesi risarcitoria in ambito civile.