Diritti dei pazienti e responsabilità dei medici: Proposta di legge governativa nella RFT

I progressi – enormi – della scienza medica nei decenni passati, sia per quanto riguarda la diagnostica, che per quanto concerne le terapie, spesso anche molteplici ed alternative, nonché l’esigenza di una disciplina organica dei diritti del paziente e della responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie, hanno indotto il governo della RFT a predisporre un disegno di legge per “codificare” una materia di indubbia importanza per la generalità dei cittadini.
La “codificazione” viene vista come un passo in avanti per quanto riguarda la certezza del diritto e la trasparenza ed è un valido supporto per i pazienti che intendono far valere i loro diritti; ha effetti positivi anche per i medici, i cui obblighi, finora, non infrequentemente, desunti da “interpretazioni” dedotte da principi generali, vengono finalmente definiti e circoscritti in modo certo; ciò anche nell’interesse di una “Ausgewogenheit” della disciplina legislativa tra diritti ed obblighi dei pazienti e diritti ed obblighi degli operatori sanitari. La proposta di legge ha voluto evitare un’eccessiva estensione della responsabilità dei medici (e di coloro che, in genere, esercitano una professione sanitaria), la qual cosa avrebbe avuto per conseguenza il pericolo di una “Defensivmedizin”.

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(Fonte: Filodiritto; 29.01.2013)

Colpa medica, al paziente è sufficiente provare il danno

In tema di responsabilità medica, facendo proprio l’indirizzo espresso dalle Sezioni unite riguardo gli inadempimenti contrattuali, la Cassazione ha chiarito che sul paziente incombe soltanto l’onere di dimostrare il mancato raggiungimento del risultato, mentre il medico per giustificarsi dalla presunta colpa dovrà provare la corretta esecuzione della prestazione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 17143/2012, accogliendo il ricorso dei genitori di un bambino che aveva perso completamente il visus all’occhio destro e contratto una forte miopia al sinistro a causa di una fibroplasia retro lenticolare. Il bambino, nato prematuro, era rimasto per 45 giorni in incubatrice dove non aveva goduto dell’assistenza e dell’ossigeno necessari. Da qui il ricorso contro il medico e la struttura sanitaria. Per leggere l’articolo clicca qui. Scarica la sentenza.

(Fonte: IlSole24Ore; 9.10.2012)

Validità giuridica dei registri comunali sulle DAT

Dalla rivista on-line LeggiOggi, segnaliamo questo interessante articolo di Sereno Scolaro che si esprime in ordine alla validità dei registri comunali di raccolta delle DAT.

Si segnala in particolare questo passaggio

Infatti, l’eventuale iscrizione in “registri comunali” (comunque denominati) di una determinata volontà in materia di D.A.T., farebbe sorgere il problema circa la sua reale natura giuridica. Alcuni sostengono che  tale “iscrizione” possa essere assimilata all’istituto testamentario; ipotesi da scartare, considerando l’inidoneità della forma (art. 601 C.C.), così come l’insostenibilità che vi sia, da parte del comune, una sorta di “conservazione” di questo “testamento”, in quanto attività propria dei notai (art. 61 L. 13 febbraio 19013, n. 89 e succ. modif.). Ogni ipotesi di qualificazione di una tale “scelta personale” quale testamento cade di fronte alla natura del testamento come atto di disposizione per il tempo in cui il testatore avrà cessato di vivere (art. 587 C.C.) dal momento che le D.AT. non attengono, per definizione, alla fase post mortem, quanto, semmai, alle fasi di c.d. fine vita, cioè a fasi èper definizione (ripetizione intenzionale) antecedenti al decesso.

Ne consegue che queste iniziativesono destinate a non produrre, per le persone che se ne avvalgano,effetti giuridici di sorta, ma si collochino in un contesto del tutto diverso rispetto agli effetti giuridici, quello della “promozione” (nel senso migliore del termine) di un orientamento, volto a promuovere una modifica legislativa, attraverso l’attivazione di processi che portino ad evidenziare al “legislatore” la domanda della popolazione che la materia venga regolata. E qui “promuovendo” quel rispetto della persona umana che l’art. 32, comma 2, secondo periodo, Cost., afferma, oltretutto come limite (o, forse, finalità) della legge cui rinvia il primo periodo.

Per una lettura integrale dell’articolo leggi.

(Fonte: LeggiOggi; 1/10/2012)

Relazione all’incontro di studio “Il punto sull’amministrazione di sostegno a otto anni dall’entrata in vigore della legge 6/2004” (Roma 16 -18 gennaio 2012)

Pubblichiamo, dal sito Personaedanno, la Relazione all’incontro di studio “Il punto sull’amministrazione di sostegno a otto anni dall’entrata in vigore della legge 6/2004” (Roma 16 -18 gennaio 2012).

(Fonte: www.personaedanno.it; 21/09/2012)

“Chirurgia più sicura, un risparmio per tutti”

Non si sente spesso parlare di chirurgia bloodless nonostante l’argomento abbia diverse implicazioni ,  giuridiche sotto il profilo della  responsabilità medica e del consenso informato. Di questo tema si occupa un saggio degli avvocati Serafino Ruscica, Francesca Rolla e Domenico Maria Orsini.

Queste tematiche saranno anche al centro di un’interessante simposio  intitolato “chirurgia più sicura: un risparmio per tutti” durante il congresso Unità e Valore della Chirurgia italiana I Congresso Nazionale. Il seminario si svolgerà lunedì 24 Settembre 2012, h. 10.00 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica.

Fonte: Responsabilità medica: La chirurgia bloodless – lo stato dell’arte (www.studiocataldi.it)

Colpa medica: Cassazione, scusabile l’errore del professionista che ha un buon curriculum Fonte: Colpa medica: Cassazione, scusabile l’errore del professionista che ha un buon curriculum

Segnaliamo dallo Studio Cataldi la presente notizia: “Si può essere clementi, almeno sotto il profilo delle sanzioni disciplinari, nei confronti di un medico che ha commesso errori così gravi da provocare la morte di un paziente. A patto però che non abbia registrato precedenti episodi di colpa e che goda di un buon curriculum”.

Fonte: Colpa medica: Cassazione, scusabile l’errore del professionista che ha un buon curriculum (www.studiocataldi.it)

Cure mediche: amministratore di sostegno può esprimere il consenso informato

Su Altalex e Persona e Danno viene segnalato il decreto del Tribunale Reggio Emilia, del 24.07.2012, che contiene una interessante dichiarazione di principio, ossia che l’amministratore di sostegtno possa esprimere per conto dell’interessato il consenso ad un trattamnto sanitario. Per il testo del provvedimento clicca qui.

(Fonte: Altalex e Persona e Danno; 14.08.2012)

Eutanasia: Strasburgo dice no, ma vuole testamento biologico

STRASBURGO – Il Consiglio d’Europa dice no all’eutanasia e al suicidio assistito. Con la risoluzione 1859 del 25 gennaio sul testamento biologico l’Assemblea di Strasburgo, nel raccomandare agli Stati una legislazione che regoli le dichiarazioni anticipate di trattamento, sbarra la strada a qualunque possibilità di mettere in atto “azioni od omissioni che permettano di provocare la morte di una persona”.

No all’eutanasia e al suicidio assistito – I parlamentari del Consiglio prendono le distanze dall’eutanasia e dal suicidio assistito, ma insistono sulla necessità di regolare con la legge il testamento biologico, un’opportunità, specifica la risoluzione, che riguarda solo una residua minoranza tra gli 800 milioni cittadini dell’Unione. Pochi gli Stati che si sono dotati di una specifica legislazione che, anche quando c’è, viene troppo spesso disattesa. L’indicazione di Strasburgo è dunque di colmare il vuoto legislativo quando c’è e di rendere effettivo il diritto se questo è previsto. Per diffondere la “cultura” del testamento biologico e il rispetto della volontà espressa l’Assemblea indica la strada delle campagne di informazione, sia per il grande pubblico sia per i medici e gli operatori sanitari.

Testamento biologico regolato per legge – L’imperativo categorico è quello di ratificare, conoscere e applicare quanto contenuto nella Convenzione dei diritti dell’uomo e sulla biomedicina conosciuta anche come nella Convenzione di Oviedo n. 164, un atto che l’Italia non ha ancora ratificato. I parlamentari di Strasburgo, ricordano agli Stati la necessità di predisporre procedure semplici per accedere al testamento biologico, evitando moduli complicati che rendano il diritto non accessibile a tutti. Per finire la risoluzione afferma che “in caso di dubbio la decisione deve sempre essere tesa a preservare e prolungare la vita”

Della presa di posizione del Consiglio d’Europa è soddisfatto il Vaticano. «Si tratta di un nuovo segnale che esiste e sta prendendo la parola un’Europa che vuole ricuperare con serietà il senso del mistero infinito della vita e della morte – dichiara l’Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa monsignor Aldo Giordano – che vuole affermare che la vita ha sempre il primato e ha un valore che non dipende dalla nostra decisione arbitraria».

(Fonte: IlSole24Ore.com; 27.1.2012)

Responsabilità del medico per operazioni chirurgiche non necessarie Cassazione penale , sez. V, sentenza 06.09.2011 n° 33136

Il medico deve operare con il solo scopo di tutelare la salute del paziente e non per far lievitare il proprio stipendio. E’ quanto ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza 6 settembre 2011, n. 33136 con la quale vengono messe al bando le operazioni chirurgiche non necessarie, sorrette da un movente economico e non dalla finalità di salvaguardia del bene primario della salute umana.

Il caso vedeva un cardiochirurgo di una clinica privata operare diversi pazienti senza necessità o in assenza di un valido consenso da parte di questi ultimi; mentre, in alcuni casi, si registrava una carente informazione sulla reale situazione pre-intervento e delle conseguenze permanenti che lo stesso avrebbe comportato, in altre ipotesi mancavano del tutto i presupposti universalmente riconosciuti per eseguire l’intervento chirurgico.

In vista dell’obiettivo di far lievitare il proprio stipendio il primario avrebbe considerato preminente su ogni altra valutazione, di necessità terapeutica e di generale opportunità per le condizioni del malato, quella di eseguire interventi operatori, del tipo e dell’impegno per il paziente di quelli tipici della cardiochirurgia, mettendo così in atto vere e proprie azioni lesive che avrebbero perso ogni connotazione di intervento a vantaggio della salute delle persone che si erano affidate alle sue cure.

In altre parole, il medico ha il dovere di intervenire solo nel caso in cui al paziente sia riscontrabile una malattia che renda necessario tale intervento. A tal punto, si ricorda che per malattia si deve intendere un processo patologico evolutivo, necessariamente accompagnato da una più o meno rilevante compromissione dell’assetto funzionale dell’organismo.

Secondo l’opinione dominante in giurisprudenza, sostenuta anche dalle Sezioni Unite, si deve considerare esclusa dall’area di responsabilità, nei vari settori dell’ordinamento, la mera esecuzione dell’atto operatorio in sé e con le “lesioni” che esso “naturalisticamente” comporta, ma che la responsabilità, nelle sue diverse forme, vada collegata, sia a situazioni di interventi eseguiti contro la volontà del paziente, sia in condizioni in cui l’azione del medico non sia volta al proprio specifico fine terapeutico e comunque non realizzi un beneficio per la salute complessiva del paziente, il vero bene da preservare, la cui tutela, per il relativo risalto costituzionale, fornisce copertura costituzionale alla legittimazione dell’atto medico.

Leggi testo sentenza

(Fonte: Altalex; 30.12.2011)

Trasfusione coatta su testimone di Geova: (App. Milano, I Sez. Civ., 19 agosto 2011, n. 2359/2011)

Riportiamo dal sito “Persona e Danno” una breve nota di commento sul tristissimo episodio occorso a Remo Liessi, trasfuso coattivamente nonostante il suo rifiuto lucido ed immediatamente dopo deceduto.

“Gent.mo professore, siamo lieti di inviarLe in allegato la sentenza della Corte di Appello di Milano, I Sez. Civ., del 19 agosto 2011, n. 2359/2011, presidente dott. Giuseppe Patrone, che riguarda la causa intentata dalla vedova del ministro di culto della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, il sig. Remo Liessi, trasfuso coattivamente nel maggio del 1996 dai medici dell’ospedale San Carlo di Milano dove era stato ricoverato per una neoplasia gastrica maligna mentre era pienamente cosciente e capace. Il paziente purtroppo moriva mentre era in corso la trasfusione coatta.

La vedova Liessi conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Milano l’Ospedale San Carlo ed i dott.ri responsabili della trasfusione coatta, contestando loro la condotta inadeguata ed illegittima tenuta nei confronti del defunto marito per aver violato il diritto di autodeterminazione del congiunto, la sua integrità fisica, la sua dignità, la sua libertà personale, il suo diritto di professare il credo religioso di appartenenza, ed infine per averne causato la morte tra sofferenze fisiche, morali ed umiliazioni.

Con sentenza n. 14883/2008, il Tribunale di Milano, giudice unico dott.sa Maria Jole Fontanella, negava in concreto il diritto del Liessi di rifiutare l’emotrasfusione, ma riteneva inadeguato e brutale il comportamento dei sanitari e pertanto solo per quest’ultimo li condannava in solido con l’Ospedale S. Carlo al risarcimento dei danni causati a Remo Liessi ed alla moglie Vittoria De Amicis in Liessi per complessive € 32.000,00.

In considerazione di tale ingiusta sentenza la Sig.ra Liessi proponeva ricorso in Appello per i seguenti tre motivi così come sono espressi nella stessa sentenza della Corte di Appello di Milano del 19 agosto 2011: a) con il primo motivo l’appellante censura la decisione del Tribunale di Milano che avrebbe negato il diritto di autodeterminazione del paziente ricoverato, la cui violazione integra gli estremi dei reati di cui agli artt. 589, 605 e 610 c.p.; b) con il secondo motivo l’appellante ha censurato la decisione del Tribunale di Milano che ha negato la violazione del diritto del Liessi ad essere dimesso dall’Ospedale S. Carlo; c) con il terzo motivo l’appellante ha dedotto la inadeguatezza del risarcimento liquidato e il mancato riconoscimento del danno patrimoniale.

La Corte di Appello di Milano con la sentenza del 19 agosto 2011, n. 2359/2011 ha ritenuto fondati tutti e tre i motivi di ricorso.

In particolare in relazione al primo motivo alla pag. 16-17 si legge: “Rileva la Corte che la proposta censura appare del tutto fondata dal momento che decisione resa in questi termini dal primo giudice è contraddittoria, perché pone sul piano della norma Costituzionale norme di rango inferiore, perché non trova riscontro nei dati normativi vigenti, perché svuota di contenuto gli artt. 2, 13, 32, 2° c. e 19 Cost., negando il diritto del paziente ricoverato di rifiutare un trattamento sanitario, perché è ancorata al vecchio modo di concepire il rapporto medico/paziente, perché nega il principio del “consenso informato”, inteso come sintesi dei diritti all’autodeterminazione e alla salute, principio ormai consolidato nella giurisprudenza della Corte Costituzionale, della Corte di Cassazione Sezioni Penali, della Corte di Cassazione Sezioni Civili, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e recepito ampiamente dalla giurisprudenza dei Tribunali e delle Corti di merito”.
Di conseguenza si può affermare senza alcun dubbio che la scriminante dello stato di necessità può operare, in campo medico, solo nei casi di urgenza, quando manchi del tutto la possibilità di conoscere la volontà del paziente in relazione al trattamento sanitario giudicato assolutamente necessario.

Il caso tipico è quello che si realizza in campo medico-chirurgico, quando la situazione di urgenza non consente di attendere che il paziente incosciente riprenda conoscenza ed esprima il proprio consenso o rifiuto all’atto terapeutico.
Al contrario, come nel caso del Sig. Liessi, quando la persona sia cosciente e capace di intendere e volere, se manifesta un consapevole “dissenso” al trattamento medico, non può essere “obbligata” a sottostarvi e l’art. 54 c.p. si arresta per un suo limite normativo implicito innanzi all’esercizio di un diritto fondamentale dell’individuo, costituzionalmente tutelato.
Se, invece, dallo stato di necessità discendesse un potere per il medico di intervenire sul paziente contro la sua lucida ed informata volontà, ne deriverebbe che una norma di rango secondario derogherebbe ai principi costituzionali dell’autodeterminazione, della libertà personale e religiosa.

A sostegno di ciò alla pag. 19 della sentenza i giudici hanno affermato “… che come la salute, neppure la tutela del bene vita, in realtà, può giustificare, alla luce del dettato costituzionale, la limitazione del diritto di autodeterminazione del paziente circa le cure cui sottoporsi. È inconciliabile, infatti, con la previsione dell’art. 32 2° comma Cost., la limitazione del diritto di autodeterminazione fondato sulla tutela prevalente del bene vita, sulla indisponibilità della vita ai sensi dell’art. 579 c.p. e 580 c.p., che sono norme peraltro di rango subordinato a quello costituzionale. Peraltro questa stessa Corte si è espressa in argomento con il decreto n. 88, del 25 giugno 2008, allorché alla pag. 27, ha affermato che non esiste nel nostro ordinamento giuridico nessun bene vita, inteso ‘come un’entità esterna all’uomo, che possa imporsi … anche contro ed a dispetto della volontà dell’uomo’ ma esiste invece il bene di vivere da uomo libero con la propria identità e dignità”.
Per quanto riguarda la liquidazione del danno, il terzo motivo del ricorso dell’appellante, la Corte ha affermato: “Orbene esaminando con animo scevro da pregiudizi l’intera vicenda oggi sottoposta alla delibazione della Corte non pare revocabile in dubbio che: a – il Liessi, legato ad un letto di ospedale, in presenza degli agenti della Polizia di Stato che allontanava dalla sua stanza la moglie, i parenti e gli amici, ha subito la più umiliante violazione della libertà personale; b – il Liessi, trasfuso coattivamente dopo essere stato legato ad un letto e privato del conforto dei cari, è stato offeso nella sua dignità di uomo, prima ancora che di ministro di culto; c – il. Liessi è stato costretto a subire la violazione dei principi religiosi in cui credeva fermamente, tanto da dedicare la sua vita per insegnarli agli altri, il Liessi è stato offeso anche nel suo profondissimo sentimento religioso, di ministro di culto e di fedele. d – al Liessi è stato negato il diritto di vivere il tempo rimasto nella serena consapevolezza di aver rispettato sempre i precetti religiosi cui aveva improntato la sua vita e quindi è stato leso il suo diritto all’identità personale.

Quindi, accanto ed oltre al danno biologico per la violazione della sua integrità fisica, ricorre nel caso del Liessi la violazione della libertà di autodeterminazione del paziente, della sua libertà personale, della sua dignità, della sua libertà religiosa, tutte posizioni riconosciute e tutelate dalla Costituzione. Trattasi – come è evidente – dì violazioni di diritti tutti costituzionalmente garantiti e tutelati, onde assai rilevante deve ritenersi essere stato il vulnus sofferto dal paziente Liessi Remo, morto vittima di profonda sofferenza morale, subendo la violazione di diritti costituzionali che ogni comunità democratica giudica inviolabili e che avrebbero meritato ben altra considerazione. E tale diversa considerazione è chiamata ad operare la Corte la quale, in coerenza con quanto fin qui affermato liquida unitariamente il ridetto danno non patrimoniale (o danno morale soggettivo) nella somma di € 300.000,00 in moneta attuale e quindi con l’aggiunta dei soli interessi legali dalla data della decisione dì secondo grado al saldo”.

In relazione ai danni subiti dalla vedova la Corte d’Appello si è così espressa: “A proposito della posizione del coniuge superstite va detto che nella condotta degli odierni appellati sono sicuramente ravvisabili alcune ipotesi di reato quanto meno sotto il profilo della violenza privata e del sequestro di persona con le aggravanti ex art. 112 c.p., con la conseguenza che bene a costei – che di gran parte della vicenda è stata testimone oculare e che per altra parte l’ha vissuta con lo strazio del soggetto escluso con la forza dal luogo nel quale si sono consumati le violenti condotte ai danni del coniuge deve essere liquidato per queste sofferenze anche il danno morale ex art. 185 c.p. e 2059 c.c., oltre al danno morale per la perdita del coniuge. Tale danno morale globalmente la Corte stima equo determinare nella complessiva misura di € 100.000,00, sempre in moneta attuale e quindi con l’aggiunta dei soli interessi legali dalla data della decisione di secondo grado al saldo”.
Sono toccanti le parole espresse dalla Corte nella parte finale delle motivazioni, pag. 23 “In ultima analisi questa Corte non può non condividere appieno le argomentazioni conclusive svolte sul punto dalla difesa dell’appellante allorché afferma che ‘Alla base di questo dilemma c’è, in un’ultima analisi, l’erronea interpretazione del proprio ruolo, ancorato evidentemente all’idea sbagliata che il medico sia il dominus della salute del paziente e che debba fare tutto quanto reputi necessario nell’interesse di questi. Vi è inoltre la presunzione dei medici di una sorta di validità assoluta del proprio sistema di valori e quindi l’erronea convinzione che i beni che intendevano tutelare (la salute e la vita del paziente) valessero universalmente come beni superiori, secondo una personalissima quanto limitata scala dì valori, in cui peraltro non si teneva conto della salute, intesa come benessere psichico dell’individuo, e della vita, intesa nel suo senso più ampio, comprendente il diritto a scegliere come vivere (comprendente anche il come morire), sostanziato dal diritto di autodeterminazione, dal diritto all’integrità del corpo ed al rifiuto di interventi non desiderati’.

Riteniamo che questa sentenza, ben argomentata nelle sue motivazioni dai giudici della Corte di Appello di Milano, possa contribuire ad affermare definitivamente diritti di rango costituzionale quali quelli alla libertà di autodeterminazione del paziente, alla sua libertà personale, alla sua dignità e alla sua libertà religiosa.
L’occasione ci è gradita per inviarLe i nostri più cordiali saluti.

Daniele Gabriele – Ufficio Legale Congregazione Testimone di Geova

Riportiamo anche il testo della sentenza.

(Fonte: Persona e Danno; 29.12.2011)