“CASSAZIONE PENALE: ANCORA SULLA SENTENZA FRANZESE” – Cass. pen. 9695/2014

Dal sito Persona e Danno segnaliamo questo articolo di Sabrina Caporale, a commento della sentenza della IV Sezione Penale della Cassazione, n. 9695 del 27 febbraio 2014.

Di seguito citiamo l’articolo:

La Corte di Cassazione ha di recente riaperto il dibattito in tema di prova nel processo penale e di causalità omissiva con particolare riguardo alla colpa medica e ai reati ad essa connessi.

Ebbene, se fino a ieri nessun dubbio poteva dirsi esistente in materia, vista l’ormai nota e ampiamente condivisa sentenza Franzese, occorre oggi, nuovamente interrogarsi sul punto.

È quanto accaduto con la recente sentenza pronunciata dalla IV Sezione Penale della Cassazione, n. 9695 del 27 febbraio 2014. Sentenza che certamente rileva non poche perplessità circa l’applicazione dei principi ivi contenuti e che pertanto merita particolare attenzione.

Il fatto in breve.

Con sentenza della Corte d’Appello di Catania, in riforma della precedente pronuncia di primo grado, veniva assolto, per insussistenza del fatto, un medico, imputato per il “delitto di cui agli artt. 590, commi 1 e 2, e 583, comma 2 n. 1, cod. pen., a lui ascritto per aver cagionato, per colpa medica consistita nella esecuzione di inappropriata manovra (c.d. manovra di Kristeller) sulla paziente durante il parto, il distacco intempestivo della placenta e le conseguenti gravissime lesioni riportate dal bambino”

Su tale ultima circostanza, i giudici d’appello ebbero modo di osservare che “la probabilità che a seguito di tale intervento fosse possibile il verificarsi di un distacco intempestivo della placenta si attestava intorno allo 0,5%” e che pertanto “non potendo stabilirsi con un grado di certezza ma soltanto con un elevato grado di probabilità logica che, in difetto di esercizio della pressione sull’addome della partoriente da parte dell’imputato, il distacco di placenta non si sarebbe verificato, non poteva affermarsi al di là di ogni ragionevole dubbio la responsabilità penale dell’imputato per il reato oggetto di contestazione”.

Ebbene, a proporre ricorso dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, le parti civili, le quali rilevavano a giustificazione del proprio convincimento, che i giudici di merito avrebbero fatto uso di una erronea nozione di nesso causale, contrastante con quella ormai acquisita in dottrina e giurisprudenza, in particolare a seguito della sentenza Franzese delle Sezioni Unite del 2002”.

Di qui, la pronuncia della Cassazione.

«Secondo i principi affermati nella [citata] sentenza Franzese (Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002), al fine di stabilire la sussistenza del nesso di causalità, occorre un duplice controllo: posta in premessa una spiegazione causale dell’evento sulla base di una legge statistica o universale di copertura sufficientemente valida e astrattamente applicabile al caso concreto, occorre successivamente verificare, attraverso un giudizio di alta probabilità logica, l’attendibilità, in concreto, della spiegazione causale così ipotizzata. Bisogna cioè verificare – sulla base delle evidenze processuali – che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione doverosa omessa o al contrario non compiuta la condotta commissiva assunta a causa dell’evento, esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non si sarebbe verificato, oppure sarebbe avvenuto molto dopo, o avrebbe comunque avuto minore intensità lesiva».

«Appare chiaro – aggiunge – che il giudizio di elevata probabilità logica non definisce il nesso causale in sé e per sé (che, sul piano sostanziale, resta invero legato alla rigorosa nozione dettata dalla teoria condizionalistica recepita nel nostro ordinamento dall’art. 40 cod. pen., sia pur temperata dai correttivi della c.d. causalità umana) ma piuttosto il criterio con il quale procedere all’accertamento probatorio di tale nesso causale, il quale (criterio), non diversamente da quanto accade per l’accertamento di ogni altro elemento costitutivo del reato, deve consentire di fondare, all’esito di un completo e attento vaglio critico di tutti gli elementi disponibili, un convincimento sul punto (positivo o negativo che sia) dotato di un elevato grado di credibilità razionale. Per dirla secondo efficace definizione dottrinale “la probabilità logica alla quale è interessato il giudice non è quella del sapere nomologico utilizzato per la spiegazione del caso, bensì attiene ai profili inferenziali della verifica probatoria condotta in chiave induttiva, cioè alla luce delle emergenze del caso concreto”».

Occorre, altresì, affermare che, «decisivo non è il coefficiente percentuale più o meno elevato (…) di probabilità frequentistica desumibile dalla legge di copertura utilizzata; ciò che conta è potere ragionevolmente confidare nel fatto che la legge statistica in questione trovi applicazione anche nel caso concreto oggetto di giudizio, stante l’alta probabilità logica che siano da escludere fattori causali alternativi, di tal che, in presenza di un elevato grado di credibilità razionale dell’ipotesi privilegiata, ben può ritenersi consentito per la spiegazione causale dell’evento fare impiego di leggi o criteri probabilistico – statistici con coefficienti percentuali anche medio – bassi; per contro, ove la valutazione degli elementi di prova acquisiti non consentano di assegnare – ad es. per l’impossibilità di escludere ragionevolmente nel caso concreto l’intervento di fattori causali diversi – un elevato grado di ‘ credibilità razionale alla spiegazione causale ipotizzata, quest’ultima non può essere affermata anche se riconducibile a leggi di copertura dotate di frequenza statistica tendenzialmente pari a 100».

Orbene, posto che la stessa Corte d’Appello ha evidenziato “che i fatti accertati consentono di stabilire “con un elevato grado di probabilità logica” che “in difetto di esercizio della pressione sull’addome della partoriente da parte dell’imputato, il distacco di placenta non si sarebbe verificato”, l’errore commesso sta, proprio, nell’aver presupposto che il criterio di elevata probabilità logica, nel quale si sostanza il ragionamento induttivo inferenziale circa la sussistenza del nesso causale (e l’esclusione di altri ipotizzagli fattori) possa o debba esprimersi in termini percentuali e, correlativamente, l’aver riferito ad esso, (…) la percentuale di frequenza statistica assegnata ad altri fattori in astratto ipotizzabili (nel caso concreto la percentuale dello 0,5% che, in mancanza di alcuno dei fattori di rischio individuati dalla letteratura come possibile causa del distacco di placenta, quest’ultimo possa nondimeno verificarsi per cause naturali)».

In verità, «come è stato affermato in dottrina, la probabilità logica “ha come carattere fondamentale (quello) di non ricercare la determinazione quantitativa delle frequenze relative di classi di eventi, ma di razionalizzare l’incertezza relativa all’ipotesi su un fatto riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (o di prova) disponibili in relazione a quell’ipotesi”. La probabilità logica, dunque, come criterio di giudizio per la ricostruzione del fatto nel caso concreto, è un concetto che non designa una frequenza statistica, ma piuttosto “un rapporto di conferma tra un’ipotesi e gli elementi che ne fondano l’attendibilità”.Né può essere diversamente, posto che – come è stato sottolineato – mentre le leggi di copertura riguardano classi di dati, la certezza processuale richiesta si riferisce al caso concreto. Mentre dunque è spesso possibile disporre di un risultato statistico per la legge di copertura che si ritiene governare il fenomeno, è quasi sempre impossibile riferire questo dato al caso concreto da accertare perché la sua non riproducibilità ne fa un evento unico che non tollera inquadramenti statistici su base percentuale».

In altre parole, «le percentuali statistiche possono valere a delimitare l’ambito di applicazione della legge scientifica e possono essere utili come punto di partenza per quanto riguarda l’applicazione della legge al caso concreto. Avendo peraltro esse un’efficacia esclusivamente prognostica, porle a base o a contenuto del ragionamento probatorio circa la sussistenza del nesso causale nel caso concreto rischia di trasformare tale giudizio in una valutazione ex ante, mentre la causalità va sempre accertata ex post con riferimento all’evento concretamente verificatosi. Con riferimento, invece, al grado di inferenza probatoria richiesto a supporto del giudizio di fatto sulla spiegazione causale nel caso concreto “non è sensato cristallizzare in precise entità numeriche la probabilità esigibile: la valutazione va piuttosto fatta caso per caso, tenendo conto di tutte le circostanze concrete ed in particolare… considerando il numero e la consistenza delle assunzioni tacite contenute nelle premesse del ragionamento causale”. Su tale piano probatorio-processuale “può solo richiedersi che il grado di conferma sia alto, o elevato”, senza che in ciò possa vedersi un vulnus del principio di legalità, “dovendo la stessa determinatezza delle fattispecie essere interpretata in rapporto al problema concreto da risolvere”».

Un’ultima pregnante riflessione viene, poi, dedicata al tema assai controverso del bilanciamento tra esigenze processuali (di verità o certezza processuale) e la limitata esperienza umana “che è pur sempre una esperienza storica e relativa”.

«In proposito – affermano i giudici della Suprema Corte – che circa cinquant’anni fa un’autorevole dottrina avvertiva che “la pretesa di conseguire una verità totale o assoluta… è fuori delle reali e concrete possibilità umane e può essere concepita o come realtà divina, oppure come estremo limite tendenziale, astratta creazione dell’intelletto o simbolo operativo (come l’infinito matematico). La verità alla quale l’uomo può aspirare e della quale vive, come verità umana, appunto, è di necessità parziale e (o) relativa, concretamente (storicamente) condizionata ed implica limitazioni e scelte, compiute più o meno coscientemente. E dentro tale limite si mantiene sia che si tratti di verità scientifica, empirica o storica”. Conseguentemente “nel campo dell’esperienza giuridica… non ha senso una verità che stia fuori dalle istituzioni giuridiche che la storia umana ha foggiate, e se codesta verità si qualifica giuridica, per essere collegata al tipo di esperienza a cui va riferita, non vuoi dire che si tratti di una (finta) verità, rispetto ad una (astratta) verità (vera), bensì dell’unica verità che si può (e si deve) aspirare a realizzare in quel campo di esperienza. Sulla base di queste considerazioni, è lecito affermare che i limiti posti all’indagine del giudice si traducono in metodi di ricerca (della verità), in altrettanti canoni e precetti tecnici di metodologia ermeneutica….”».

Non c’è, dunque, conclusione più ragionevole se non quella di annullare la sentenza impugnata con rinvio al giudice civile competente per valore, in grado di appello.

(Fonte: Persona e Danno)

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