Linee guida

La valorizzazione normativa delle linee guida nel giudizio di responsabilità medica

Brevi considerazioni sulla natura delle linee guida: regole cautelari o semplici raccomandazioni?

La valorizzazione normativa delle linee guida nel giudizio di responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria, così come operata dall’art. 3 del decreto Balduzzi (d.l. 158/2012 conv. in L. 189/2012), ha impegnato gli interpreti nella corretta qualificazione giuridica delle suddette prescrizioni.

La riforma ha avuto, infatti, il merito di elevare le linee guida a criteri direttamente incidenti sul perimetro di rilevanza penale del fatto, prevedendo l’esenzione da responsabilità penale per le condotte connotate da sola colpa lieve, laddove il medico si sia attenuto a linee guida e buone pratiche dettate per il caso clinico di specie.

Più precisamente tali precetti devono risultare codificazione di acquisizioni scientifiche e sperimentazioni della migliore ricerca clinica, elaborati da organismi accreditati dalla comunità scientifica e, quindi, garanzia di autorevolezza ed attendibilità euristica del sapere in esse espresso.

Non devono, invece, sottintendere logiche prettamente economicistiche, deputate a finalità di risparmio della spesa sanitaria e, dunque, antitetiche all’interesse primario della salute del paziente.

La creazione delle linee guida asseconda l’esigenza di perimetrare i fattori di rischio delle attività ontologicamente pericolose, quale è appunto l’attività medica, tentando di uniformare le condotte dell’esercente la professione sanitaria allo standard di perizia esigibile a fronte di determinate situazioni.

Tuttavia la notevole varietà e specificità dei casi clinici impedisce una riferibilità immediata ed una applicazione aderente delle linee guida ai casi concreti; inoltre, la loro stessa natura di regole eterogenee e indeterminate osta a qualsiasi automatismo traspositivo all’interno del giudizio penale di colpa, se non a discapito del principio di tassatività della fattispecie.

Pertanto, le linee guida sono da considerarsi regole cautelari improprie, in quanto a differenza delle comuni regole cautelari dotate di una rigidità applicativa incontestabile, alla cui violazione consegue sempre un giudizio di responsabilità, esse non sono affatto vincolanti tout court, ma il più delle volte necessitano di un adeguamento al caso concreto.

Orbene, il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche accreditate, oltre a costituire garanzia di esenzione da responsabilità per colpa lieve può rappresentare un confortante salvacondotto per il medico nella criticità ed incertezza del suo operare in ordine a particolari casi clinici.

Ma proprio tale evenienza rischia di vanificare le aspettative della riforma. Se da un lato, infatti, l’ingresso delle linee guida, quale parametro obiettivo nel giudizio di colpa, ha l’effetto di ridurre la discrezionalità valutativa del giudice e contrastare la medicina difensiva, dall’altro lato proprio codesta pratica si traduce in una rigida osservanza di tali regole per evidenti ragioni difensive e cautelative, rischiando di generare un’eccessiva standardizzazione delle condotte del medico attraverso un meccanico e acritico appiattimento della sua attività sull’osservanza di tali precetti.

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Il consenso informato e l’esclusione della “colpa lieve” – Diritto 24

Riportiamo l’articolo di Giorgio Vaccaro, pubblicato su Diritto24.it.

Due ultime Sentenze della Quarta Sezione Penale della Suprema Corte la n. 46753/2013 e n. 2347/2014, tornano ad occuparsi del rilievo, nell’attività professionale medica, del rispetto dei precetti relativi al “consenso informato” ed a quelli che si richiamano alle Linee Guida ed agli standard diagnostico terapeutici.

In particolare, in tema di consenso informato, possiamo rilevare come la sentenza più recente, quella del 20 gennaio u.s abbia dettato una sorta di “vademecum riassuntivo” per la corretta comprensione del tema del “consenso del paziente”.

Ed infatti la Sentenza ripercorre la stessa ragion d’essere del consenso informato, ricordando come principio di diritto che “l’attività medica-chirurgica per essere legittima, presuppone il “consenso” del paziente, che non si identifica con quello di cui all’art. 50 c.p. (il cui testo recita – non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente disporne, ndr)  ma costituisce il presupposto di liceità del trattamento: infatti, il medico di regola ed al di fuori di taluni casi accezionali (allorchè il paziente non sia in grado per le sue condizioni di prestare un “qualsiasi” consenso o dissenso, ovvero più in generale ove sussistano le condizioni dello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p. (il cui testo recita – Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, nè altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Ndr) non può intervenire senza il consenso, o malgrado il dissenso, del paziente.

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Linee guida e imperizia “lieve” del medico dopo il Decreto Balduzzi: i primi orientamenti della Cassazione

Su Diritto Penale e Processo n. 6/2013, pg. 691 Risicato Lucia riporta un commento alle prime pronunce della Corte di Cassazione sulla portata applicativa del Decreto Balduzzi.

L’art. 3 comma 1 della suddetta legge (n. 189/2012) viene definito dall’autrice ad un “koan della filosofia zen: una domanda senza risposta logica immediata, formulata per stimolare la meditazione”.

In base alla novella legislativa “l’esercente le professioni sanitarie che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 c.c. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.

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Cassazione Penale: sulla rilevanza delle linee guida nella valutazione della colpa medica

Con la sentenza dell’11 luglio 2012, n. 35922 (Cass. pen. Sez. IV Sentenza), la Cassazione si è pronunciata sul valore delle linee guida e sulle conseguenze derivanti dall’eventuale violazione delle stesse.

A commento della sentenza sopra richiamata si rinvia all’articolo di Giuseppe Debernardi, pubblicato su Giur. It. n. 4/2013 (“Sulla rilevanza delle linee guida nella valutazione della colpa medica”).

Nel suo articolo l’autore sottolinea i permanenti elementi di criticità che la novella legislativa del Decreto Balduzzi (art. 3, comma 1 del DL 13/9/2012 n. 158) continua a porre in materia di responsabilità penale del medico.

La massima della sentenza è che le linee guida pur rappresentando un importante ausilio scientifico, con il quale il medico è tenuto a confrontarsi, non eliminano la sua autonomia nelle scelte terapeutiche, poiché, l’arte medica, mancando per sua stessa natura di protocolli scientifici a base matematica, spesso prospetta diverse pratiche o soluzioni che l’esperienza ha dimostrato efficaci, da scegliere oculatamente in relazione ad una cospicua serie di varianti che, legate al caso specifico, solo il medico nella contingenza della terapia, può apprezzare. Ne consegue le linee guida e i protocolli, proprio in ragione delle peculiarità della attività del medico, che sfugge a regole rigorose e predeterminate, non possono assumere il rango di fonti di regole cautelari codificate, rientranti nel paradigma normativo dell’articolo 43 c.p. [“leggi, regolamenti, ordini o discipline”].

Secondo l’autore “l’apporto innovativo rappresentato dalla novella legislativa consiste […] nel consolidamento dell’importanza dell’utilizzo e del rispetto delle linee guida, quale fondamentale opportunità per migliorare la qualità dell’assistenza e l’ottimizzazione dei processi di cura, senza tuttavia minare né azzerare l’autonomia professionale del sanitario”.

(Fonte: Giur. It. 4/2013)